Grafton Architects

Colloquio con Shelley McNamara e Yvonne Farrell/Grafton Architects

Yvonne Farrell e Shelley McNamara si sono laureate all’University College di Dublino, dove insegnano dal 1976. Nel 1978 hanno fondato Grafton Architects, www.graftonarchitects.ie. Tra i loro progetti si trovano edifici scolastici per il Trinity College e per l’University College a Dublino, per l’Università di Limerick. Sempre a Dublino, hanno progettato edifici per il Governo e hanno partecipato al progetto di riqualificazione del quartiere Temple Bar. Nel 2002 hanno vinto il concorso per l’estensione della Università Bocconi a Milano che è stata inaugurata nel 2008 e ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali. Di recente hanno vinto un concorso di progettazione per la scuola di economia dell’Università di Tolosa. I loro progetti sono stati selezionati e/o premiati in varie occasioni tra le quali la Biennale di Venezia, il Premio Mies van der Rohe dell’Unione Europea (oltre ad essere esposti alla Galleria Dessa di Lubiana, alla Triennale di Lisbona, ecc.). Nel 2010 Yvonne Farrell and Shelley McNamara sono state nominate membri onorari del RIBA. 

La prima volta che ci siamo incontrati è stata in occasione della presentazione del progetto di estensione della Università Bocconi a Milano; l’ultima nel nuovo auditorium della scuola, a edificio completato e in funzione. Che riscontro avete avuto su questo progetto?

Siamo ritornate a Milano la scorsa estate con dei potenziali clienti che volevano visitare la Bocconi e incontrare gli utenti finali. Il riscontro che abbiamo avuto è stato straordinario. I docenti ci hanno spiegato quanto il nuovo edificio sia importante per loro come comunità di ricercatori. Il preside e il direttore della Bocconi ci hanno spiegato quanto il nuovo edificio abbia contribuito alla crescita dell’immagine della Bocconi a Milano, in Lombardia, in Europa e nel mondo! Ci hanno parlato del flusso di visitatori che vengono, interessati all’architettura dell’edificio, che frequentano le mostre d’arte o che semplicemente si fermano per fotografare l’edificio al suo esterno. Tutte le persone che abbiamo incontrato si sono dimostrate molto soddisfatte e orgogliose del nuovo edificio. È stata una splendida notizia per noi.

Il vostro progetto, uscito vittorioso da un concorso di progettazione, è stato realizzato nei tempi previsti e nel migliore dei modi, a differenza di molti altri progetti di concorso. Vista da fuori, si è trattato di una esperienza straordinaria nel panorama italiano. È stato così anche per voi o avete dovuto affrontare difficoltà e compromessi in corso d’opera? 

Niente affatto. Il progetto è stato portato avanti nel migliore dei modi sotto tutti i punti di vista, considerando la sua complessità e i moltissimi vincoli che derivano dalla sua ubicazione in un’area densamente edificata. Il merito va in gran parte alla organizzazione e al controllo del progetto da parte di Nicolo di Blasi che ha rappresentato le esigenze del cliente in ogni fase di progetto, affiancandoci un gruppo di consulenti estremamente competenti in ogni tipo di questione tecnica e normativa. Nel corso della realizzazione siamo stati supportati da un team di progettisti, ingegneri strutturisti quali l’ing. Pereira, impiantisti quali BDSP e l’ing. Amman, e dai project manager di PCMR (Marco Ferrario, Danila Aimone e Maurizio Cantoni). L’impresa costruttrice è stata la GDM. In sintesi dobbiamo moltissimo a Nicolo di Blasi. Lavorare a Milano è stata una bellissima esperienza, molto emozionante per noi e ci manca molto. È stato il progetto più impegnativo e stimolante che abbiamo mai realizzato. 

Visitando i vostri lavori e consultando le pubblicazioni, si ha l’impressione di un lavoro collettivo dove il cliente, il gruppo di progetto, la comunità locale e tutti i cosiddetti stakeholder sono coinvolti. Come definireste il vostro modo di progettare?

Crediamo nella progettazione come esperienza collettiva, dall’inizio alla fine. Consideriamo volentieri le richieste di tutti gli interessati e crediamo che – se ben dirette – possano arricchire il progetto in modo considerevole. Naturalmente, deve esserci una visione comune, un accordo di fondo sulle scelte fondamentali, altrimenti si rischia il caos.    

I vostri edifici hanno una spiccata valenza plastica, dove superfici, colori e consistenza dei materiali giocano un ruolo importante. I materiali da costruzione sono una delle vostre fonti di ispirazione?

Sì. L’architettura è anche un mestiere. È una forma di artigianato volta alla realizzazione di un manufatto, oltre ad essere costituita da idee, strategie e sogni. Il nostro ruolo è quello di convertire una ispirazione, un desiderio in una realtà materiale. Crediamo che si possa partire da una suggestione legata ad un materiale e, allo stesso tempo, progettare a scala urbana. Le diverse scale del progetto sono inscindibili. Considerando l’edificio un brano del paesaggio urbano, per noi sono interessanti diversi aspetti del programma e del contesto. Le scelte iniziali sono le più importanti e devono mostrare con evidenza lo spessore della percezione dell’esistente e delle intenzioni di progetto. Credo che solo una parte del carattere di un edificio dipenda dal disegno, mentre quella principale sia determinata dal potenziale emotivo di cui si carica nella modificazione dei suoi spazi, della luce e del materiale che lo completano.

Avete una relazione privilegiata con il laterizio come materiale da costruzione?

La Dublino del 18esimo secolo è una città di mattoni; dunque siamo molto legati a questo materiale, soprattutto in relazione a progetti di edilizia residenziale. Abbiamo utilizzato mattoni di recupero nella “Long House” in Percy Lane perchè il progetto si inseriva nel tessuto della Dublino georgiana con le tradizionali case con giardino (Mews Houses) e opifici.  Attualmente, a Tolosa, stiamo progettando una Università di Economia (come la Bocconi, solo più piccola) e stiamo facendo ricerche sul mattone tradizionale di questa zona, che ha molte similitudini con i mattoni che si producevano nell’antica Roma. Speriamo di avere la possibilità di utilizzare questo materiale per il nuovo edificio.

Sebbene il linguaggio dei vostri edifici sia sempre moderno e contemporaneo, in alcuni dei vostri lavori mi è sembrato di avvertire dei richiami all’architettura tradizionale irlandese.

Per noi è molto difficile identificare questo genere di richiami perché ci sentiamo parte di una tradizione europea e universale. Naturalmente facciamo parte della cultura irlandese e da questa abbiamo tratto molti insegnamenti, ma il fare architettura coinvolge una sfera più ampia di saperi. Crediamo nell’importanza di creare una tradizione nell’architettura che diventa locale attraverso lo scorrere del tempo, il contesto e la memoria. Questo processo è fatto di piccole cose, che fanno appartenere un edificio al suo contesto. La tradizione architettonica irlandese non ha certo la ricchezza di quella italiana... siamo noi a doverla arricchire. La nostra tradizione è vernacolare. L’architettura contemporanea in Irlanda è un fenomeno post coloniale derivato da modelli stranieri. In Irlanda si importano idee e forme che vengono poi trasformate per renderle più consone alla nostra cultura. È un processo lento, che ha bisogno di tempo per crescere. Gli architetti selezionano particolari elementi della tradizione per portare la propria evoluzione creativa, adattando influenze esterne e scoprendo nuove potenzialità all’interno di contesti già sviluppati. A volte questo contesto può essere vernacolare, prodotto dai tagliatori di pietra e contadini... forse dalla trama delle coltivazioni, o da un muro di cinta in periferia. Altre volte il contesto è anche di carattere urbano, come il tessuto della Dublino del 18esimo secolo.

In che modo la tradizione si riflette nei vostri progetti?

Il valore che attribuiamo alla tradizione in architettura si ricollega alla relazione degli edifici con lo scorrere del tempo: ad esempio, l’intelligenza e il buon senso delle facciate georgiane del 18esimo secolo, con le imbotti intonacate di bianco sulla facciata di mattoni per riflettere la luce all’interno, poca superficie per la manutenzione e magnifiche prospettive date dalle candide “L” delle imbotti. Oppure la sequenza splendidamente articolata di spazi urbani tra la discesa di Henrietta Street e King’s Inn’s Court: qualcosa che appartiene alle nostre esperienze quotidiane, che filtrano nel nostro inconscio e arricchiscono il nostro potenziale emotivo. Possiamo ammirare l’intelligenza costruttiva di ogni residenza tradizionale per la classe media nella campagna irlandese. In un modo semplice e chiaro, questi edifici hanno una forte relazione tra forma, costruzione, paesaggio, destinazione d’uso, materialità e patina del tempo. Ci sono elementi nel nostro lavoro che riteniamo appartengano alla nostra tradizione. In ogni nostro progetto siamo molto attenti al carattere del luogo che influenza ogni tipo di programma: dalla scuola per 450 ragazzi, sul versante di una collina, ai siti più urbani e densi. Quello di catturare e amplificare alcune caratteristiche specifiche del contesto è tra i nostri obiettivi prioritari.

La sostenibilità è diventata un motivo ricorrente in ogni processo progettuale e produttivo in genere. Questa tendenza ha cambiato il vostro modo di lavorare? 

Siamo sempre stati attenti alla sostenibilità dei nostri progetti, non tanto nell’accezione che il termine ha assunto negli ultimi anni, quanto nell’utilizzo delle risorse con buon senso. Considerare attentamente i fattori climatici del contesto, vento, pioggia, sole e così via, elimina alla radice tutta una serie di problemi che altrimenti necessitano molto tempo ed energia per essere risolti. Per fare un esempio, da sempre ci chiediamo quante superfici vetrate sia il caso di utilizzare in un edificio visto che nella Dublino del 18esimo secolo l’involucro degli edifici era in muratura piena per una percentuale che varia dal 50 al 70%, eppure gli spazi sono inondati da una splendida luce! 

Un altro tema ricorrente nel dibattito degli ultimi anni è la crisi finanziaria globale e le sue conseguenze per ognuno di noi. In che modo questo fenomeno ha colpito la vostra attività professionale? 

Purtroppo la crisi ci ha colpito molto duramente. La maggior parte dei progetti in Irlanda negli ultimi tre anni è stata cancellata o rimandata. Alcuni progetti invece, come la Scuola di Medicina e le residenze per studenti a Limerick, stanno andando avanti. Nel 2009 abbiamo vinto un concorso per l’edificio universitario Capitol UT1 a Tolosa. Dunque, siamo abbastanza fortunati per avere abbastanza lavoro. Inoltre, abbiamo colto l’opportunità di intensificare la nostra attività di ricerca accogliendo l’invito dell’Accademia di Architettura a Mendrisio e della Scuola Politecnica a Losanna dove siamo state invitate come visiting professor. Siamo state invitate anche ad Harvard e a Yale, dove abbiamo insegnato alla prestigiosa cattedra intitolata a Louis Kahn. I concorsi di progettazione sono stati una risorsa, sia per acquisire nuovi incarichi che per sviluppare le nostre idee progettuali. Di recente abbiamo vinto un concorso in collaborazione con OMP Architects per la nuova sede del consorzio dei fornitori di energia elettrica e questo ci fa ben sperare per il futuro. 

Antonio Borghi