Giamila Quattrone

Regionalismo australiano: intervista a Giamila Quattrone

Giamila Quattrone, architetto, PhD in Tecnologia dell’Architettura, ha insegnato all’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria e dal 2010 è Research Fellow presso la Nottingham Trent University (U.K.). Vincitrice del 2006 Endeavour Europe Award ha svolto parte della ricerca di dottorato in Australia, esplorando la relazione tra modelli abitativi locali e tecnologie appropriate nelle opere di Glenn Murcutt, Richard Leplastrier, Gregory Burgess, Troppo Architects e Peter Stutchbury, proponendo una metodologia di lettura degli aspetti di regionalismo ambientale, tecnologico e tipo-morfologico sottesi alla strategia culturale del Regionalismo Critico.

Le sue ricerche sull’architettura regionalista australiana e l’impatto dei processi di modernizzazione sugli insediamenti oasi tradizionali dell’Oman hanno come filo conduttore i temi del rapporto tra tradizione e innovazione, permanenza e cambiamento, luogo, risorse, modelli insediativi e culture costruttive locali. Che cosa tiene insieme architettura vernacolare e architettura regionalista contemporanea?

L’architettura vernacolare, che costituisce la parte più consistente del patrimonio costruito mondiale, offre un patrimonio di inestimabile valore non solo nei termini della ricchezza dei modi dell’organizzazione spaziale e costruttiva dell’abitare umano che essa esprime, ma anche, e forse soprattutto, nei termini dello straordinario potenziale didattico che offre. Il vernacolare, quindi, va inteso come sistema modello per il progetto contemporaneo, in grado di chiarire i rapporti sintattici necessari per una maggiore qualità del costruito e come paradigma per un progetto dell’abitare costruito attorno ai modelli comportamentali, socio-culturali e d’uso dell’utenza, attento al consumo di risorse e tecnicamente appropriato al contesto. Il Regionalismo Critico matura negli anni ‘80 del secolo scorso come risposta alle esigenze di mantenimento delle identità culturali in un clima generale di corsa allo sviluppo industriale e alla globalizzazione. Non identifica un movimento né una corrente architettonica, bensì un approccio culturale e operativo al progetto delle trasformazioni dell’ambiente in cui le tensioni tra opposti – globalizzazione e localismo, modernità e tradizione – si ricompongono. Un approccio che guarda al vernacolare come a una fonte d’ispirazione. Ne individua, studia e rielabora criticamente forme, tecniche e significati alla luce delle esigenze del vivere contemporaneo per produrre architettura contemporanea. Lo fa stabilendo autentiche relazioni esperienziali tra progetto e luogo che valorizzano le specificità dell’ambiente costruito locale senza replicarle e ne promuovono l’interazione con l’ambiente e la società locale mantenendo lo sguardo rivolto a problematiche e opportunità globali.

L’aspetto che caratterizza l’architettura contemporanea australiana è il «regionalismo», la ricerca della sostenibilità, l’innovatività creativa, una sorta di tendenza espressiva che si contrappone al semplice e uniformato internazionalismo, proponendo progetti legati al territorio, attraverso l’uso di tecnologie applicate alla tradizione, disegnate specificamente per adattarsi alle esigenze locali e all’uso di materiali facilmente reperibili. Più in particolare, quali sono e come possono essere definiti i sistemi costruttivi adottati che perseguono gli obiettivi di sostenibilità?

Non tutta l’architettura contemporanea australiana si caratterizza per il radicamento ai territori. Risulta impossibile, per esempio, ravvisare tracce di regionalismo nelle torri per uffici, hotel e appartamenti delle grandi capitali australiane, quanto piuttosto una dogmatica alterità rispetto al contesto in termini di linguaggio, forme, tecnologie e materiali. Per parlare di architettura regionalista australiana occorre piuttosto guardare a quelle espressioni di scala medio-piccola, in aree suburbane e rurali, che di fatto definiscono il modello insediativo australiano più diffuso, che si basa, a seconda dei climi, su sistemi costruttivi per l’involucro a basso impatto ambientale, per esempio su murature massive in terra cruda o mattoni pieni di laterizio. Le coperture si caratterizzano per le sagome affilate dei manti di lamiera e le esili estremità delle strutture in legno e acciaio che si smaterializzano con l’altezza assottigliandosi come fossero «foglie di ferro» e «piume di metallo», secondo le ossimoriche definizioni che Philip Drew e Juhani Pallasmaa ne danno, rispettivamente, in riferimento alle architetture di Glenn Murcutt. I solai si sollevano da terra rispondendo a istanze funzionali di protezione da fango e acqua, in aree soggette a inondazioni e ventilazione degli spazi sottostanti, nonché a istanze culturali dettate dalla volontà, ispirata alla cultura aborigena, di non violare la sacralità di «Madre Terra» e «toccare la terra con leggerezza», secondo un’espressione cara a Murcutt.

Le tendenze internazionaliste in architettura sono probabilmente le prime responsabili della diffusione non solo delle sperimentazioni materiche e delle tecnologie costruttive, ma anche, forse come conseguenza di ciò, della diffusione di forme inusuali, di grande impatto visivo, apparentemente ricche di qualità coloristiche e funzionalità. Può il regionalismo australiano essere d’esempio anche per l’architettura europea, di come uno sviluppo razionale della tecnologia, legato al territorio, possa unirsi alla rivalutazione dei materiali e delle forme della tradizione, per concepire una costruttività innovativa e significativa per la contemporaneità?

Assolutamente sì. Si pensi alla forte connotazione linguistica acquisita dalla lamiera ondulata, materiale tradizionale dell’edilizia vernacolare di capannoni, fienili e magazzini. Essa, anche grazie all’opera pionieristica di Murcutt, ha acquisito lo status di materiale architettonico per coperture e involucri di case ed edifici pubblici, fino a divenire emblema del regionalismo australiano. Stutchbury ha compiuto un’operazione simile per i cottage estivi, con vari materiali costruttivi, per tamponature, balaustre di scale, arredi. Dunque un dialogo propositivo è possibile tra l’architetto e quell’industria dei materiali, spesso confinata dalla prassi, in ambiti apparentemente estranei all’architettura, per un’innovazione della cultura costruttiva locale che sperimenti il nuovo, attraverso la rivalutazione dell’esistente. Il regionalismo australiano indica una delle possibili strade verso la reinterpretazione di tecnologie, materiali e forme della tradizione. Lo fa attraverso la razionalizzazione degli spazi, il rigore costruttivo, l’essenzialità nell’uso di strutture e materiali, veicolando l’idea che l’architettura sia scoperta e non creazione, di dispositivi attraverso la messa in discussione di precedenti conquiste.

Il territorio dell’Australia è profondamente diverso da quello dell’Italia: da noi mille e mille paesi, un territorio ormai quasi totalmente urbanizzato, una tradizione costruttiva antichissima, che influenza ancora le abitudini e gli stili di vita della popolazione; là spazi immensi, città da sviluppare, edilizia recente. L’uso del mattone in laterizio in quella nazione risponde a una scelta di qualità costruttiva? È comunque utilizzato nel perseguire le sperimentazioni tecnologiche che conducono al risparmio energetico e all’utilizzo sostenibile dei materiali?

La tipologia edilizia più ricorrente in Australia è la casa unifamiliare su lotto di terreno recintato. A prescindere dalle variazioni climatiche regionali – il Paese ha una concentrazione di climi che va dall’equatoriale al tropicale, dal subtropicale al desertico al temperato – la detached house si ripete all’infinito generando, nelle periferie urbane come nei centri rurali, un paesaggio tipologicamente, volumetricamente e matericamente omogeneo di case a uno o due piani, con tetti a falde in tegole di laterizio e muri in mattoni pieni faccia a vista. Per via della rapidità ed economicità, si è diffusa a macchia d’olio una modalità costruttiva, in cui i mattoni sono utilizzati come rivestimento di telai di legno, spesso privi di isolamento, facendo sì che il mattone di laterizio risponda a esigenze d’immagine e a scelte legate alla qualità costruttiva e all’efficienza energetica delle murature. Infatti, nella produzione architettonica, consapevole della necessità di ridurre i consumi energetici, di usare i materiali convenzionali in modo efficiente e di garantire il comfort termico, il costruire in mattoni diventa occasione per sperimentare nuove stratificazioni murarie, migliorare prestazioni, modificare dimensioni, grane e colori dei componenti e diversificarne l’uso. Mi riferisco all’inversione operata da Murcutt negli strati murari per ottimizzarne le prestazioni termiche: il mattone pieno viene spostato all’interno, per funzionare al meglio come massa termica e viene pitturato con latte di calce per migliorare la qualità dell’aria; mentre rivestimento e isolamento vengono spostati all’esterno per meglio contrastare perdite e guadagni termici. Penso anche alle combinazioni di materiali industriali e artigianali che Burgess realizza nelle sue architetture, accostando mattoni di cotto fatti a mano, sia porosi che smaltati, a fogli di lamiera ondulata colorata, murature di terra battuta e mattoni di fango e doghe di legno segato radialmente.

Roberto Gamba
Architetto, libero professionista