Giancarlo Santi

Architettura sacra: tradizione e monumentalità senza magniloquenza

Giancarlo Santi
L’architetto monsignor Giancarlo Santi, laurea al Politecnico di Milano e licenza in teologia alla Facoltà di Teologia di Milano, è stato, per i beni culturali della Chiesa, responsabile dell’Ufficio della diocesi di Milano, poi dell’Ufficio Nazionale della Segreteria generale della CEI e capo ufficio della Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa. Già docente all’Università Cattolica di Milano, attualmente è componente del Consiglio direttivo dell’AMEI (Associazione Musei Ecclesiastici Italiani), dopo esserne stato presidente e socio fondatore.

La nostra epoca è sempre più sensibile e rivolta alla scoperta di nuove tecnologie, di nuove forme rappresentative, di nuovi accorgimenti per la salvaguardia dell’ambiente e per il benessere degli abitanti ma non è priva di radici nella storia. Il tema affrontato in questo numero della rivista - le case per la memoria dei defunti - intende soffermarsi su espressioni architettoniche che si possono considerare parte delle radici della nostra società. Riflette su ciò che è stabile e non cambia, su ciò che rimane fondamentale. Tali luoghi, espressioni di una tradizione viva, sono sentiti ancora oggi come architetture urbane, stimolanti dal punto di vista progettuale e coinvolgenti dal punto di vista sociale e religioso. Don Santi, lei è stato un autorevole esponente degli organismi ecclesiastici che si sono interessati in vari modi dell’architettura sacra in Italia, vale a dire uno degli ambiti costruttivi che da millenni più di ogni altro è simbolo di monumentalità in ogni città e Paese cristiano. A lei chiediamo una testimonianza riguardo alla sua trascorsa attività, alle modalità con cui, in particolare nei tempi recenti presso la Conferenza Episcopale Italiana sono stati impostati i temi progettuali, è stato promosso l’istituto del concorso, indirizzata la ricerca riguardo agli edifici per il culto.

Nella seconda metà del XX secolo in Italia, per rispondere alle necessità legate ai nuovi insediamenti, sono state costruiti circa 6500 complessi parrocchiali, ciascuno dei quali comprende anche una chiesa. Nel secondo dopoguerra, in particolare, ne sono stati costruiti circa 5000. E’ bene ricordare che allora come oggi, in tutte le fasi della progettazione, dalla decisione sulla necessità di costruire, alla scelta del progettista, con qualche rara eccezione, ogni responsabilità è stata nelle mani dei vescovi delle 226 diocesi italiane, assistiti dalle locali Commissioni diocesane per l’arte sacra e da altri uffici delle loro Curie diocesane. Sottolineo il fatto che in Italia l’architettura per il culto, non è stata e non è gestita centralmente ma localmente. Anche per i finanziamenti i vescovi dovevano provvedere direttamente, contando solo su modesti contributi pubblici dal 1952 al 1989 e dal 1990 su consistenti contributi provenienti dall’8 per mille e gestiti dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Nella scelta dei progettisti la prassi più diffusa e preferita è stata e rimane l’incarico diretto conferito a professionisti conosciuti localmente. Solo in qualche caso si ricorreva/si ricorre al concorso. Salvo eccezioni, i progettisti non potevano contare su linee guida, ma facevano riferimento ad orientamenti piuttosto generici di natura tradizionale condensati nel codice di diritto canonico del 1917. Fino agli anni Cinquanta, l’ancoramento alle forme della tradizione, che il codice richiamava, veniva interpretato in modo sostanzialmente tradizionalista/storicista. Accanto alle disposizioni del codice, i vescovi e i progettisti italiani, dal 1924 al 1989, potevano contare sulla consulenza e sugli orientamenti della Pontificia Commissione Centrale per l’Arte Sacra in Italia. A partire dagli anni Novanta, precisamente dal 1993, la Conferenza Episcopale Italiana ha dato ai progettisti delle linee guida, contenute nella nota pastorale “La progettazione di nuove chiese”, nella quale, da una parte viene superato il criterio del rigido riferimento alla forme della tradizione e proposta l’apertura alle forme della contemporaneità, dall’altra si dichiara la centralità della liturgia per la progettazione delle chiese, in linea con gli insegnamenti del Concilio Vaticano II (1962 – 1965). Oltre alle linee guida, la CEI ha formulato tabelle parametriche per il dimensionamento dei complessi e per i limiti di spesa e ha provveduto a distribuire contributi per la costruzione dei nuovi complessi nella misura del 75% della spesa. Solo a partire dal 1998 la CEI, tramite gli uffici della Segreteria generale, ha promosso sei serie di concorsi nazionali allo scopo di promuovere la cultura del concorso presso le diocesi, ottenendo qualche risultato. Negli anni dal 2005 al 2015 la CEI, sempre per sostenere e orientare l’attività delle diocesi, ha promosso e pubblicato ricerche riguardanti l’illuminazione delle chiese, l’acustica, la manutenzione, la progettazione sostenibile. Attualmente sono in corso ricerche sulla progettazione partecipata. Anche in questa fase, comunque, la CEI e gli uffici della sua Segreteria generale si sono posti in atteggiamento di servizio e di subordinazione rispetto alle diocesi che, in ogni caso, hanno conservato tutta la loro autonomia e responsabilità.

Possiamo forse dire che il progetto sia dei cimiteri sia dei crematori, come luoghi pubblici della vita che fu, nonostante i vincoli prescritti dalle normative pubbliche in materia di igiene, si caratterizza non per aspetti tecnologici o distributivi, ma per l’elementarità delle forme e per l’estrema simbolicità con cui vengono concepiti i manufatti. Questa tendenza, almeno per i casi che personalmente ritengo più corretti, si manifesta molto bene attraverso la proposizione di canoni costruttivi, di riferimenti classici, di forme essenziali, anche come espressioni del cosiddetto minimalismo. Qual è la sua opinione in merito all’importanza dello stile nel progetto, ai modelli di riferimento a cui attenersi e pertanto, con il superamento del classicismo e del decorativismo in architettura, alla maniera moderata e netta di esprimere una proposta. Ritiene poi che il teorizzare, da parte di un’autorità, una modalità espressiva sia doveroso, o rischi di limitare la libertà e l’autonomia del progettista?

In merito alla progettazione dei cimiteri, in Italia, i progettisti sono tenuti a rispettare norme di carattere pubblico. Non mi risulta che esistano norme ecclesiastiche analitiche al riguardo. La Chiesa cattolica comunque ha una sua tradizione e visione in materia. Considera i cimiteri luoghi sacri; li pensa come “cimiteri”, cioè “dormitori” nei quali i defunti riposano in attesa della risurrezione dove il dolore per il distacco è illuminato dalla fede e dalla speranza. Limitatamente alle forme delle singole sepolture e ai segni che le caratterizzano esistono di fatto orientamenti minimali o consuetudini filtrate attraverso la cultura locale. In ogni sepoltura ci si preoccupa di rispettare l’identità del defunto facilitandone il ricordo. La sepoltura nella terra è la scelta privilegiata (la terra è madre). Il segno della croce il segno primario di fede e di speranza. Secondo la tradizione cattolica la familiarità con i defunti è sentita ed è coltivata come un valore. I defunti infatti sono considerati parte della comunità dei viventi e in comunione con essa così come la morte è considerata parte della vita, come il passaggio doloroso a una vita migliore. Per questo la Chiesa cattolica preferisce i cimiteri “di prossimità” o “di comunità” rispetto a quelli di massa, perchè rispecchiano le comunità viventi e consentono di mantenere vive le relazioni tra le generazioni. Per tutte queste considerazioni, sarebbe opportuno che nella progettazione dei cimiteri le autorità pubbliche procedessero in sintonia con i responsabili delle confessioni religiose in modo da affrontare insieme, in un clima di dialogo, temi tanto delicati e condivisi.

Tra i cinque progetti internazionali scelti per rappresentare il tema di questo numero della rivista: “L’architettura della quiete”, uno solamente è un cimitero vero e proprio, gli altri sono tre crematori e un memoriale. Mi sembra comunque che per la cultura del nostro mondo “occidentale” l’evolversi della tradizione costruttiva, relativa alla commemorazione dei defunti, vede diffondersi, oltre ai manufatti per la sepoltura, altre strutture celebrative, che comunque mantengono una sacralità stilistica di sicura derivazione ecclesiastica, per esempio: nei crematori, l’aula ove si radunano i congiunti del defunto; ovunque, gli elementi murari e simbolici destinati a favorire una concentrazione spirituale e i percorsi con immagini della memoria, che sostituiscono i cippi e gli oggetti di devozione, rievocativi delle persone scomparse. Mi sembra che la Chiesa cattolica abbia stabilito che la consuetudine di seppellire le salme dei fedeli sia da mantenere, ma che la cremazione di per sé non è contraria alla religione cristiana. Da architetto, oltre che da religioso le chiedo pertanto di esporre quali possono essere a suo parere i criteri progettuali con cui concepire un luogo di sepoltura o di memoria dei defunti, affinchè esso testimoni comunque attraverso l’architettura principi di spiritualità e non sia contrario alle diverse fedi e credenze.

Per quanto riguarda i complessi cimiteriali e le sepolture abbiamo già detto sopra. Per il resto distinguerei le “sale del commiato” annesse ai crematori rispetto ai crematori stessi. Quanto alle sale del commiato, a mio parere, si aprono possibilità progettuali nuove e interessanti ancora solo parzialmente esplorate, in qualche caso in modo convincente e persuasivo (Ettore Spalletti a Parigi e a Città Sant’Angelo). L’unico suggerimento che credo si possa dare a questo proposito ai responsabili pubblici della progettazione è, da una parte puntare a scelte di qualità, nella linea della semplicità, e dall’altra di rivolgere la dovuta attenzione alla pluralità delle sensibilita religiose e spirituali che di fatto si esprimono in edifici destinati a molteplici forme strutturate di culto funerario e anche a forme non strutturate, libere di culto o di ricordo. Il tema mi sembra nuovo e complesso anche perché deve coinvolgere necessariamente gli arredi. In ogni caso si dovrebbe evitare ogni forma di sincretismo e di genericità e una tonalità burocratica. Sono convinto che sia possibile risolvere questo difficile tema progettuale studiando ogni caso volta per volta. La collaborazione tra l’ente pubblico e i responsabili delle diverse confessioni religiose e associazioni spirituali sarebbe estremamente utile oltre che doverosa.

La rassegna di progetti che questa rivista presenta sono realizzati in mattoni di cotto, un materiale antico e universale, che ha caratteristiche che ben si armonizzano con l’ambiente, di una qualità “domestica” che, possiamo dire, tende a rendersi “familiare” a coloro che, nel dolore, frequentano le architetture da essi conformate. Il marmo e le pietre invece utilizzati di frequente in quegli edifici sacri che tendono a distinguersi per magniloquenza e richiamarsi, potremmo dire alla dimensione divina, piuttosto che a quella umana, possono apparire più “freddi” e meno “luminosi”, rispetto al mattone, pur se consentono varietà cromatiche e tattili in superficie. Riguardo a questa asserzione, le chiedo pertanto di esprimere una sua opinione, o per lo meno di indicare, riguardo a manufatti sacri e spirituali, esempi per lei significativi.

Come ho già avuto modo di dire in altra occasione la scelta dei materiali per la costruzione delle chiese cattoliche non è vincolato da specifiche disposizioni ecclesiastiche, ma dipende piuttosto dalla disponibilità di materiale, dalle tradizioni costruttive e dalle libere scelte del progettista. L’unico criterio che abitualmente viene richiesto è che i materiali scelti siano durevoli (le chiese non sono edifici effimeri) e manutenibili (le chiese devono durare a lungo nel tempo). Più in generale il criterio che viene suggerito è il rispetto della dimensione comunitaria/liturgica e lo stile sobrio e discreto, evitando forme di trionfalismo e magniloquenza. La pluralità delle credenze religiose, ormai evidente in ogni comunità nazionale e regionale, come anche la pluralità delle forme espressive e simboliche impongono una nuova visione e dimensione delle costruzioni per il culto e la devozione: da centri di rappresentatività assoluta, a manufatti di utilità sociale diffusi sul territorio. In aggiunta, la invito pertanto a parlare dell’architettura sacra in generale, che appunto è tema di architettura per eccellenza, a prescindere dalla fede personale di ogni cittadino.

La pluralità delle credenze religiose, ormai evidente in ogni comunità nazio- nale e regionale, come anche la plura- lità delle forme espressive e simboli- che impongono una nuova visione e di- mensione delle costruzioni per il culto e la devozione: da centri di rappresenta- tività assoluta, a manufatti di utilità so- ciale diffusi sul territorio. In aggiunta, la invito pertanto a parlare dell’architettura sacra in generale, che appunto è tema di architettura per ec- cellenza, a prescindere dalla fede per- sonale di ogni cittadino.

La progettazione di edifici per il culto in un contesto multireligioso costitutisce indub- biamente un tema nuovo in Italia, ma non èstatoenonècosìinaltritempieinal- tri Paesi, come a Gerusalemme e nel medio Oriente, o negli Stati Uniti. Non la si può dunque considerare una novità in assoluto. Guardando alla storia e all’at- tualità, nulla fa ritenere che progettare un nuovo edificio di culto in contesto multireli- gioso debba spingere ad annullare o ad atte- nuare le diversità, neanche dal punto di vista delle forme. Oggi la pluralità dei segni archi- tettonici di carattere religioso nelle città non dovrebbe essere sentito come un indeboli- mento e guardato con paura, ma dovrebbe essere considerato come un arricchimento. Certamente in futuro sarà difficile proget- tare edifici di culto che possano pretendere di costituire il simbolo unitario di città diven- tate pluralistiche, anche se il caso della Sa- grada Familia a Barcellona, del tutto ecce- zionale, fa riflettere. La stessa cattedrale di Los Angels, per quanto pensata come monumento urbano (che si misura con la città), non pretende di essere centro e segno sintetico di una città senza centro e multireligiosa. Il contesto multireligioso, dunque, non do- vrebbe impedire di costruire edifici di culto purchè siano, come sempre, per quanto pos- sibile, architetture di valore. Dovrebbe essere considerato dagli architetti uno stimolo nuovo.

Roberto Gamba
Architetto libero professionista