Valerio Palmieri

Nuove forme dell’abitare

Valerio Palmieri
è responsabile di due laboratori di Progettazione Architettonica e Urbana e coordinatore del Master Internazionale di II livello “Master Housing. Nuovi Modi di Abitare tra innovazione e trasformazione”, oltre che responsabile del Laboratorio di Laurea “Lo spazio dell’Abitare”. La sua attività progettuale e le sue realizzazioni, in ambito di edilizia residenziale, terziaria e religiosa, sono pubblicate sulle principali riviste del settore; la sua attività pubblicistica è ampia e caratterizzata da numerosi saggi su protagonisti dell’architettura moderna italiana.

Il profilo di Valerio Palmieri è caratterizzato da vasta produzione culturale e professionale: tale produzione è contraddistinta, oltre che dall’attività di docente universitario e quella di architetto progettista, anche da una rilevante produzione pittorica. Lo studio, la pratica e l’immaginazione fanno certamente parte della sua quotidianità.

Ernesto Nathan Rogers scriveva che “il miglior tributo che possiamo offrire a coloro che ci hanno preceduti è nell’interpretare il senso vivo e non formale della tradizione con nuove energie”. Lei ha scritto numerose guide all’architettura e testi sulle opere degli architetti del moderno italiano che raccontano ampia parte della cultura progettuale dell’abitare: quali “nuove energie” discendono da questa cultura?

Va innanzitutto chiarito che uno dei tratti peculiari della cultura figurativa italiana risiede nella capacità di fare sempre i conti con lo “spessore” della storia, così presente e fisicamente tangibile in ogni angolo del nostro Paese. La cultura architettonica italiana del ‘900, come ha scritto Franco Purini, ha sempre “contrattato” la sua appartenenza alla modernità. Se la cultura estetica della modernità predispone una tabula rasa che apre all’astrazione, in Italia questo processo avviene in maniera incompleta: la presenza immanente della storia, col suo ricchissimo e stratificato patrimonio figurativo ha impedito infatti alla nostra cultura estetica di compiere interamente questo percorso. Non è un caso che la partecipazione italiana alla rivoluzione operata dalle avanguardie artistiche tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX passi essenzialmente attraverso due correnti, come il Futurismo e la Metafisica, che tecnicamente non rinunciano mai alla figurazione, la corrompono, la portano ai limiti di rottura attraverso un processo di estraniamento logico e contestuale, ma in sostanza non la abbandonano mai totalmente. In questo mancato passaggio, mi sembra giochi un ruolo determinante la cultura figurativa cattolica, un fiume carsico che attraverso la figurazione reifica, veicola contenuti dottrinali, un sottostrato che condiziona ancora oggi, nel bene e nel male il nostro modo di ragionare e di vedere, a prescindere dal fatto che si sia laici o credenti. Questa oscillazione tra astrazione e figurazione mi sembra sia uno dei caratteri distintivi anche della vicenda architettonica moderna italiana pre e post bellica. La forza e l’inafferrabilità delle architetture di Libera, di Moretti, di Giuseppe Vaccaro, come pure di architetti sicuramente diversi quali Ponti, De Renzi, Ridolfi, Gardella risiede proprio in questa loro sospensione tra la modernità del segno architettonico e l’allusività a spazialità e caratteri tipologici evocativi della tradizione, un equilibrio “magico” che in letteratura trova un parallelo nelle formulazioni bontempelliane. Su questo equilibrio, per altro, Moretti ha a lungo riflettuto e scritto alcuni dei suoi articoli più interessanti su “Spazio”. Venendo al cuore della sua domanda, la gran parte del mio lavoro pubblicistico, dedicato all’architettura italiana del ‘900, è sostanzialmente un lavoro di indagine sulle matrici della nostra identità architettonica contemporanea, proprio perché sono convinto che è in quella ricerca progettuale che si trovano molti dei caratteri connotativi della migliore produzione odierna, purché ovviamente li si sappia leggere. Nel lavoro degli architetti citati si rintracciano tante sfaccettature del pensiero che la nostra architettura ha espresso sul tema dell’abitare. Un pensiero contemporaneamente realista e lirico, che non è mai disgiunto da un’attenzione per i contesti urbani e paesaggistici, spazi anch’essi dell’abitare. Se è vero che questi progettisti, tranne Moretti e Ponti, hanno scritto poco, è indubbio che il loro pensiero sull’abitare sia chiaramente espresso nelle loro opere. Ed essendo un pensiero articolato ben oltre il mero dato funzionale, si pensi alla meticolosità con la quale Ridolfi concepisce tutti gli spazi delle proprie case, o alla raffinatezza con la quale Ponti dai tardi anni Trenta struttura sulle visuali interne ed esterne gli ambienti delle sue residenze, o alla capacità di Libera, di Moretti e di De Renzi di conformare, in rapporto al luogo, quei tre capolavori assoluti che sono la villa Malaparte, la Saracena, o la propria residenza di Sperlonga, tre case che mentre custodiscono gelosamente la riservatezza dei propri abitanti, si aprono e si articolano in relazione ai paesaggi che le accolgono. Personalmente sento questa esperienza come un valore, una risorsa ancora pienamente utile e perseguibile per il nostro lavoro odierno. La frase di Rogers, che ha incarnato appieno il ruolo dell’architetto-intellettuale che progetta e riflette sulle ragioni del proprio agire in rapporto al contesto culturale nel quale opera, è in questo senso totalmente condivisibile, perché ci ricorda che l’architettura in generale non procede per strappi, ma piuttosto per scarti, per evoluzioni che recepiscono e mutano i portati della tradizione, dove questa altro non è se non un palinsesto di pensieri progettuali conformati dalla vita.

Nella Sua produzione progettuale e attività di insegnamento e ricerca, il contesto è sempre luogo di progetto. È possibile affermare che il contesto sia un fattore determinante nel progetto di un abitare condiviso e quale attenzioni progettuali sono necessarie affinché si raggiunga un abitare condiviso di qualità, pur condizionati dalle logiche di mercato e dalla committenza?

La cultura architettonica italiana, probabilmente più di altre ha costruito sulla nozione di luogo uno dei suoi caratteri distintivi, in parte per le ragioni che abbiamo visto. D’altro canto, direi che in termini più generali l’architettura stessa, poiché è una risposta sempre anche simbolica a esigenze specifiche, non può darsi se non in relazione a specifici contesti fisici, oltre che culturali. Vengo da una scuola che su questo costruisce, modella la sua idea di progetto. È nella capacità di rapportarsi al luogo che si verifica la validità della sintesi progettuale.

Tra le altre cose, Lei ha progettato un’interessante complesso residenziale a Velletri: quali caratteri ha tale opera e come ha modificato il Suo pensiero sul progetto dell’abitare?

Il complesso edilizio di Velletri nasce come incarico condiviso con un architetto di Velletri e per molti versi può essere considerato paradigmatico dei limiti all’interno dei quali è possibile sviluppare un ragionamento progettuale nel nostro paese oggi. Limiti in generale molto stretti nei quali il parametro della qualità è un dato relativamente accessorio. L’edificio realizzato fa parte di un insieme di più fabbricati che sono rimasti sulla carta, o sono stati costruiti in difformità. L’edificio è stato progettato con molta velocità, nell’arco di poco più di tre mesi, con l’obbligo della committenza di realizzare 86 alloggi uguali, a meno di minime variazioni, con corpi scala standard, quelli correnti nel mercato edilizio romano. Ci siamo subito scontrati con l’oggettiva difficoltà a utilizzare tutta la consistente cubatura consentita dal piano rispetto alla forma dell’area e al contesto edilizio circostante. In questo senso il progetto è stato un’autentica palestra nella quale trovare il modo di definire un’architettura dotata di qualche senso all’interno di un meccanismo produttivo eminentemente economico, che lasciava un ristretto margine di manovra per qualsiasi pensiero legato alla qualità dello spazio urbano e alla riflessione sull’abitare. Il nostro lavoro si è subito concentrato su come dare una qualità allo spazio di relazione tra edificio e intorno, e al contempo garantire una qualità abitativa diversificata all’interno di norme edilizie apparentemente sfavorevoli. Da un lato si è quindi curato l’attacco a terra dell’edificio, affinché ci fossero degli standard abitativi il più possibile ricchi e differenziati, coerenti con il carattere periurbano del sito; dall’altro si è provato a dare questa qualità anche ai piani abitativi superiori, piegando a nostro favore le prescrizioni edilizie. Infatti, abbiamo sfruttato una norma che consentiva di realizzare degli aggetti di più di due metri rispetto ai fili di facciata, senza che questi venissero computati nei distacchi dell’edificio dai confini del lotto. Un dato che ci ha permesso di dotare ogni alloggio di ampi balconi esterni e al contempo di caratterizzare architettonicamente l’edificio con un sistema plastico fortemente articolato, giustapposto alle superfici curvilinee delle facciate. Una sorta di volume virtuale che reagisse dialetticamente con esse, componendo una varietà puntuale nell’unità dell’insieme. Una seconda norma del regolamento edilizio, che imponeva l’adozione di falde inclinate per la copertura, ci ha spinto a ripensare l’idea del tetto, invertendone la pendenza. Un carattere che trova dei precedenti in diversi progetti lecorbusieriani, a partire dalla casa Errazuriz in Cile, per riaffiorare in molti edifici della modernità italiana, come la casa del viticoltore di Gardella, o i bellissimi edifici INA-Casa di Vaccaro a Borgo Panigale. A Velletri questa inversione è divenuta un’ala che col suo aggetto protegge le facciate e con i balconi definisce quel volume virtuale al quale accennavo in precedenza. Funzione e figurazione, espressività architettonica e comfort abitativo mi sembra riescano in questo senso a tenersi per mano.

Come crede si evolverà il pensiero progettuale e la cultura dell’abitare nel tempo e quali saranno le nuove forme dell’abitare?

Il dibattito architettonico contemporaneo è oggi molto articolato e influenzato dalla grande circolazione dell’informazione, dato che in sé presenta diversi aspetti positivi e anche qualcuno negativo. Da un lato la cultura dell’abitare, a tutti i livelli si è globalizzata, per certi aspetti omologata. Le differenze che solo trenta o quaranta anni fa permettevano di parlare di coscienze spontanee locali alla base dei modi di conformare, di costruire lo spazio dell’abitare (mi riferisco in particolare alla riflessione di Saverio Muratori e della sua scuola, ma non solo), si sono oggi probabilmente molto attenuate, o quanto meno modificate. È indubbio che le profonde trasformazioni sociali di questi anni, i modi del lavoro, la relativa facilità degli spostamenti, la modificazione delle strutture parentali abbiano avuto una ricaduta enorme sulla cultura dell’abitare, che certamente è in linea di principio assai meno stanziale e maggiormente flessibile negli usi e nei tempi rispetto a quanto non accadesse solo pochi decenni fa. Di tutto ciò la riflessione architettonica odierna non può non tenere conto, i temi della flessibilità, della condivisione, non solo in termini tipologici, sono sicuramente problematiche fondamentali, a patto che non divengano formule generiche e vagamente rassicuranti che non affrontano il nodo ineludibile della qualità dello spazio. In questo ritengo che il pensiero progettuale non può che continuare, quasi “antropologicamente” a garantire il senso profondo dell’abitare, che nella sua radice latina indica anche il possesso dello spazio, il “tenere” lo spazio; a garantire quindi ad ogni individuo un senso di appartenenza al luogo che abita. Penso, che uno dei compiti del progetto sia ancora, parafrasando il pensiero di Libera, Ponti e Vaccaro, pensare la “casa per tutti, anzi per ciascuno”.

Quale ritiene sia nella cultura contemporanea il ruolo dei materiali che più di tutti appartengono alla nostra tradizione costruttiva, come il laterizio?

Proprio in questi giorni stiamo completando un piccolo insieme di residenze a Montefiascone, in provincia di Viterbo. Un intervento che mi sembra riuscito proprio nella sua capacità di interpretare un sito di grande bellezza paesaggistica, conformandosi ad esso e trasformandolo in una logica di conformità, di assonanza. Questo intento, ci ha spinto a riproporre delle forme archetipe, interpretate alla luce del linguaggio contemporaneo. Una delle case, appena appoggiata sul terreno, è completamente rivestita di pianelle laterizie di recupero. La scelta di questo materiale dona a questo piccolo edificio un carattere poetico atemporale, “antico” ma anche inequivocabilmente contemporaneo; un “estruso” materico che mi sembra porti in sé una parte di quella inafferrabilità che, come accennavo in precedenza, contraddistingue molta della produzione architettonica italiana novecentesca. Produzione che venendo da una cultura connotata dalla resistenza all’astrazione non rinuncia sostanzialmente mai alle qualità tattili e visive della materia. Penso che il laterizio, al pari di altri materiali costruttivi tradizionali abbia un futuro garantito nell’architettura per via della sua sedimentazione nell’immaginario collettivo, e soprattutto per la sua capacità di resistere al tempo, di incorporare il passaggio del tempo nel manufatto architettonico. Dato, quest’ultimo, che mi sembra costituisca un valore permanente, consustanziale all’architettura.

Laura Calcagnini
Ph.D, Dipartimento di Architettura, Università degli Studi Roma Tre