Paolo Clemente

Murature portanti di nuova edificazione in zona sismica

Dottore di Ricerca in Ingegneria delle Strutture, Dirigente di Ricerca nonché Responsabile del Laboratorio Prevenzione Rischi Naturali e Mitigazione Effetti dell’Enea, Clemente ha svolto attività didattica presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Roma La Sapienza e le Facoltà di Ingegneria dell’Università Federico II di Napoli, dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e dell’Università di Trento.

Nel nostro Paese si è oramai diffusa una coscienza sismica di massa: la risposta degli emiliani è stata incredibile. Cosa ne pensa?

Va innanzitutto osservato che l’evento sismico emiliano era ritenuto «poco probabile» ma non «impossibile» e fra i due casi c’è un abisso. Va anche ricordato che la progettazione corrente fa riferimento a un evento sismico che ha la probabilità del 10% di essere superato in 50 anni: è una scelta che accetta un certo rischio ma che non può garantire a fronte degli eventi eccezionali, cui corrisponde una probabilità minore. L’evento emiliano ha messo in crisi l’assetto socio-economico dell’area industrializzata, causando il collasso di diversi edifici industriali: ma queste strutture, se progettate senza tener conto delle azioni sismiche o per sopportare azioni sismiche di limitata entità, non hanno riserve di sicurezza a fronte di azioni sismiche maggiori. Va anche ricordato che le parti non strutturali, quali tamponature ed elementi di copertura, pur non determinando il collasso strutturale, possono comunque causare danni e vittime, se non adeguatamente collegati alle strutture portanti. Sono comunque convinto che gli emiliani sapranno risollevarsi e imparare da questa esperienza la lezione giusta. 

Al contrario mi sembra che la cultura di governo del territorio, che contraddistingue alcuni Paesi con rischi simili a quelli italiani, stenti ad affermarsi: quali azioni dovrebbero essere intraprese per ridurre i rischi?

Il rischio sismico rappresenta in Italia un problema centrale e la sua mitigazione richiede sia un notevole impegno finanziario, sia l’impiego di personale specialistico altamente qualificato. Negli anni successivi al sisma campano-lucano del 1980, il Gruppo Nazionale Difesa dai Terremoti stimò in centomila miliardi di lire l’investimento necessario per un’adeguata riduzione del rischio su tutto il territorio nazionale. Tenuto conto dei costi di gestione delle varie emergenze e ricostruzioni, tale investimento sarebbe risultato estremamente conveniente. Ovviamente, una tale somma (attualizzata) non sarebbe disponibile, né utilizzabile in tempi brevi; è necessaria, pertanto, un’oculata programmazione della spesa e degli interventi stabilendo delle priorità per quanto riguarda il patrimonio pubblico e degli incentivi per quanto riguarda il patrimonio privato. Da un punto di vista tecnico, la riduzione del rischio sismico nel nostro Paese deve passare attraverso i seguenti punti:  analisi di microzonazione sismica, sulla base della quale fornire indicazioni per la progettazione e per i piani regolatori ai Comuni; valutazione della vulnerabilità delle strutture esistenti di particolare rilevanza strategica, che devono restare operative anche in occasione di un terremoto o il cui danneggiamento potrebbe provocare ingenti danni all’ambiente, ma anche degli edifici per civile abitazione esistenti, attraverso l’istituzione del “fascicolo del fabbricato”; monitoraggio delle strutture, con particolare riferimento a quelle strategiche; adozione di tecniche innovative di protezione sismica, quali soprattutto l’isolamento sismico e i sistemi di dissipazione di energia per tutti gli edifici di nuova realizzazione e, ove possibile, per gli edifici esistenti strategici e/o di particolare rilevanza storico-artistica. Per gli edifici di vecchia costruzione, ad esclusione di quelli di interesse storico-artistico, andrebbe valutata l’opportunità della demolizione e ricostruzione. In ogni caso, se non adeguabili sismicamente, tali edifici non dovrebbero essere adibiti ad attività di carattere strategico o pubblico. 

Perché un progettista dovrebbe adottare una struttura portante in laterizio in zona sismica?

Il laterizio ha dimostrato di essere un materiale strutturalmente affidabile e di non temere il passare dei secoli, come testimoniano le numerose costruzioni giunte fino ai nostri tempi. Inoltre, il laterizio si è evoluto e continua a evolversi in termini di prestazioni e di sistemi costruttivi, fornendo anche ottime garanzie di risparmio energetico e comfort abitativo.

Enea e Andil hanno avviato il progetto per la realizzazione del Centro Servizi di Sulmona in muratura di laterizio con isolamento sismico alla base. Quali le caratteristiche strutturali? 

Il nuovo edificio si svilupperà su tre piani fuori terra, con struttura portante in muratura di laterizio, più un piano interrato adibito a parcheggio. Il sistema di isolamento sarà collocato in sommità al piano interrato e sarà composto di isolatori elastomerici armati e dispositivi a scorrimento, disposti in modo da minimizzare movimenti rotazionali dell’edificio. La struttura è stata concepita per poter essere utilizzata anche come edificio strategico e, quindi, per sopportare senza danni anche eventi sismici violenti. La muratura portante sarà in laterizio monostrato alleggerito in pasta con un rivestimento esterno, anch'esso in laterizio, mentre il piano interrato presenterà una struttura intelaiata in calcestruzzo armato sui cui saranno alloggiati gli isolatori sismici e le fondazioni a travi rovesce.

Adolfo F. L. Baratta
Ricercatore, Università Roma Tre