Benedetta Tagliabue

Interni/Interiores

Benedetta Tagliabue si laurea a Venezia nel 1989. Cofondatrice dal 1991 dello studio EMBT, insieme a Enrique Miralles, opera in campo internazionale proponendo approcci progettuali dinamici, creativi, innovativi, sempre fondati sul contesto e sull’uomo.

L’approccio all’architettura d’interni è diverso da quello per il progetto per esempio di uno spazio aperto, o per il progetto di un nuovo edificio da concepirsi nella sua interezza?

Noi architetti abbiamo quest’abitudine di fare un po’ tutto, abbiamo quest’idea in base alla quale chi fa architettura può anche progettare l’interno di una stanza perché fa parte della stessa architettura. Però devo dire che chi si occupa di soli interni ha una maniera e un criterio di attuare gli spazi diverso dagli architetti. Per cui sì, c’è la maniera di fare un progetto di interni uguale al modo in cui si compone un progetto di architettura, però non è l’unica maniera di realizzare un interno. 

L’architettura d’interni ha, a suo avviso, delle peculiarità? Se sì, quali?

Io credo che l’architettura di interni sia quella più in relazione al comfort e anche al corpo umano; quindi è anche molto bella e delicata, è parecchio complessa. È questa relazione continua con il corpo, con il movimento anche più minuzioso, la sua più grande particolarità. Quando si fa architettura a scale più grandi sicuramente cerchi di considerare il corpo umano come priorità, però è proprio diverso il modo in cui puoi tenerne conto e darne evidenza, poiché si agisce ad altre scale. 

La scelta dei materiali, particolarmente pensando agli spazi interni dell’architettura, quale senso riveste nella vostra progettazione?

Ultimamente l’uso dei materiali è diventato un tema via via sempre più importante, una questione alla quale cerchiamo di rispondere scegliendo materiali caldi o tradizionali, forse anche proprio introducendo questo aspetto del comfort a cui accennavo prima; all’inizio del nostro lavoro, con Enrique Miralles, forse facevamo meno affidamento sul materiale, quasi limitandoci a pochi: ferro, legno, cemento. Quando però si tratta, adesso, di interni, o anche dello stesso edificio nella sua globalità, credo che siamo ora diventati più attenti ai materiali anche su cui sperimentare, su cui provare a vedere se funzionano per esempio se portati da una scala a un’altra, da un ruolo a un altro; devono comunque essere materiali confortevoli. 

Laterizio e ceramica, in considerazione anche del percorso personale, di vita, compiuto fra Italia e Spagna, assumono per lei un significato particolare?

Penso proprio di sì; appunto il laterizio e la ceramica sono materiali su cui stiamo lavorando molto. Torna quello che dicevo prima, riguardo allo sperimentare. È stato molto importante per noi sperimentare questo materiale molto tradizionale, per esempio nel Mercato di Santa Caterina, o anche quando utilizziamo il laterizio e cerchiamo di applicarlo in una maniera differente dai modi consueti. Sono entrambi molto importanti, poiché sono materiali originali, fantastici, che possono servire sia per l’architettura che per gli interni, perché hanno questa capacità di dare comfort, di fornire grandi prestazioni e mostrare grandi doti espressive, oltre anche alla possibilità di essere sia elemento tecnico costruttivo che bello da tenere vicino. Per cui credo che anche la ceramica sia diventata per noi uno dei materiali più importanti, così come il vimini, che è anche un materiale tradizionale, più leggero. Con la ceramica, il «cotto» e con il vimini cerchiamo di fare sia interni che esterni per dimostrare l’importanza della presenza del comfort e della scala umana sia dentro che fuori l’architettura. 

Fuori standard e pezzi speciali: quanto il laterizio si presta a essere plasmato secondo le vostre esigenze espressive?

Sì, il laterizio è un materiale bellissimo; la ceramica e il laterizio sono entrambi meravigliosi. Dal punto di vista della fabbricazione e dello standard, in questi ultimi anni si sono messi in atto molti tentativi di realizzare pezzi speciali. Abbiamo anche partecipato a seminari e corsi che investigavano il tema della ceramica, in generale, per introdurre altri pezzi di produzione industriale. Evidentemente si riproducono industrialmente quei pezzi che trovano migliore risposta sul mercato, però se c’è un’idea più brillante se ne possono produrre nuovi altri. Ultimamente si è fatto molto in questo senso. È molto difficile sostituire il mattone; si sono prodotti molti pezzi speciali, che hanno dato vita ad architetture nuovissime molto diverse in cui la peculiarità del laterizio e della ceramica di essere così duttili e multiformi ed, allo stesso tempo, anche rigidi e strutturali, è fantastica. 

Con riferimento al recente progetto dei 9 appartamenti nel Barrio Gotico di Barcellona, quale tipo di spazialità avete cercato di creare, quale carattere avete cercato di attribuire agli interni delle abitazioni?

In questo caso gli interni delle abitazioni sono stati realizzati con un budget molto basso, ma con il convincimento che non c’è bisogno di fare molto in un sito storico, un luogo dove già esistono molti materiali, tutta la storia delle persone che ci hanno vissuto. Quindi si è trattato di ripulire il più possibile il luogo dalle superfetazioni e di lasciare molte tracce. Allora queste tracce diventano parte del carattere del luogo, così per come lo si può vivere adesso. Sono degli appartamenti molto semplici che però sprigionano forza, un carattere molto deciso, perché appunto appartengono a luoghi storici, e una delle particolarità è proprio la presenza dei laterizi e delle ceramiche perché qui a Barcellona sono molto usati. A casa mia sono circondata da ceramica di ogni tipo: è una tradizione che esiste in modi molto radicati, e semplicemente occorre riscoprirla. 

Esistono dei punti di contatto fra le atmosfere cercate con questo progetto e quelle che a suo tempo individuaste nel progetto per la vostra casa nella città vecchia, sempre a Barcellona? 

Certo, ci sono dei punti in comune: intanto la zona in cui è la casa e quindi il tipo di costruzione, come pure più o meno l’epoca dell’edificio. Più di tutto li accomuna la maniera di attuare gli spazi, riscoprendo cose, definendone altre, scegliendo quali mantenere, mentre per altre per le quali non si poteva conservare lasciando emergere il desiderio di rinnovare. Il binomio fra il desiderio di rinnovare e il mantenere è un grande punto in comune tra la nostra casa e questi appartamenti; un gesto cosciente.Abbiamo comunque studiato delle varianti in questi appartamenti; sapevamo che stavamo operando in modo simile a quanto fatto nella nostra casa, ma per gli appartamenti abbiamo pure tentato cose un po’ diverse.

Nella stessa città, il mercato di Santa Caterina, che pure abbiamo pubblicato in passato, ha definito un preciso rapporto fra esterno e interno dell’architettura, coincidente con una precisa scelta espressiva per questo edificio a destinazione pubblica. Ce lo può spiegare?

È stato in effetti così; avevamo l’idea che la città vecchia e questo progetto fossero veramente come un interno e contemporaneamente un esterno: l’interno del mercato come una piazza e viceversa l’esterno come l’interno di una casa. Quindi è vero, abbiamo come mescolato i due concetti. Del resto l’attività del mercato si svolge all’aria aperta, invece nell’ultimo secolo è stata chiusa sotto una copertura; continuava a essere solitamente come un’attività all’aria aperta, ma con un tetto. Abbiamo allora cercato di realizzare un progetto in cui si percepisse l’attività del mercato quasi come fosse ancora un’attività di strada, in cui allo stesso tempo l’attività di strada si riflettesse sul tetto. 

Alberto Ferraresi
Architetto, libero professionista