Italia/Roma  

L’insula ostiense

Alfonso Acocella
Professore Ordinario, Dipartimento di Architettura, Università di Ferrara. Dirige il Laboratorio di ricerca MD.
Fra le sue opere principali sul tema laterizio: L’architettura del mattone faccia a vista (1989); L’architettura dei Luoghi (1992); Tetti in laterizio (1994); Involucri in cotto (2000); Rossoitaliano (2006); Il tetto. Elemento di architettura (2013). È fondatore (2016) e direttore di MD Journal, rivista scientifica di design in Open Access.

 

Con il nome di insula i romani, sin dalla fine della repubblica, indicano un fabbricato residenziale composto da più appartamenti destinati a fasce sociali medie e popolari, in contrapposizione alla domus che designa l’abitazione di lusso di una sola famiglia sul modello della casa latina ad atrio, poi espansa e innovata attraverso il tema ellenistico del peristilio.
A fornirci una sintetica ed efficace definizione di insula è Guido Calza che ne redige la relativa voce all’interno dell’Enciclopedia dell’Arte Antica Classica e Orientale:
«L’insula è un intero caseggiato, distinto dalla domus da queste caratteristiche costruttive e architettoniche: sovrapposizione di piani in modo da raggiungere l’altezza legale stabilità a 18 e poi a 16 m (4-5 piani); facciate principali sulla strada (fornite di botteghe, di scale, finestre, balconi) e facciate secondarie su grandi cortili scoperti o giardini; pianta degli appartamenti studiata in modo che la destinazione dei singoli ambienti è lasciata alla volontà dell’inquilino»1

A Roma costruire in altezza diventa necessità e consuetudine in avvio dell’era imperiale e Cicerone è il primo autore che, già in tarda epoca repubblicana, impiega il termine insula con un preciso significato tipologico-architettonico legandolo all’idea di complesso edilizio multipiano che include, al suo interno, più appartamenti (cenacula) da affittare separatamente. Al fine di regolamentare l’intensa crescita demografica della capitale, cui corrisponde un costruire “in grande” e “in verticale”, Augusto fissa – mediante un editto imperiale – a 70 piedi il limite massimo in altezza degli edifici residenziali; altezza ridotta più tardi a 60 piedi. A causa della continua ricostruzione delle aree centrali di Roma, ci sono poche attestazioni materiali di tale tipologia intensiva, sicuramente molto diffusa nella capitale, a fronte di numerose testimonianze letterarie che si soffermano a descrivere i grandi caseggiati e le condizioni di vita in essi presenti. Come esempi superstiti di insulae ancora visibili si possono indicare solo due casi: le abitazioni sottostanti la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo al Celio e le rovine ai piedi del Campidoglio sul lato di Piazza Venezia. Più che a Roma, o in altre grandi città dell’impero in cui pure l’insula si afferma, le caratteristiche del tipo architettonico sono materialmente documentate nella città di Ostia, fortemente influenzata dai mutamenti avvenuti in ambito edilizio nella capitale; Ostia, insieme a Pompei, è l’unico esempio di città antica superstite che ci mostra un paesaggio urbano coerente e unitario fatto di edifici pubblici e abitativi dati in un continuum planimetrico e volumetrico, con cortine murarie che si elevano, in alcuni casi, fino al secondo piano costituendo la più estesa e completa documentazione sull’edilizia intensiva della piena età imperiale2...