Italia/Venezia  
Gruppo Fon Architetti

Il progetto di recupero della Centrale Mazzoni a Venezia

«Tutto ciò che c’è nel mondo deve avere qualche colore. Tutta la natura è colorata, anche il grigio della polvere e della fuliggine hanno sempre un preciso colore» (Bruno Taut)

La presenza a Venezia di Angelo Mazzoni, l’architetto-ingegnere del Ministero delle Comunicazioni del ventennio fascista, è principalmente legata alla complessa e articolata vicenda della realizzazione della stazione ferroviaria di Santa Lucia. Mazzoni, dal 1936 al 1943, insieme a Virgilio Vallot, si occupa principalmente delle vicende concorsuali e progettuali relative al «riammodernamento» dell’area delle Fondamenta di Santa Lucia, elaborando numerose varianti che, come noto, di fatto non saranno mai realizzate. Nel medesimo periodo (1933-37), progetta e realizza la centrale termica della stazione ferroviaria di Venezia che, assieme alla più nota centrale di Firenze, sono le due principali opere «industriali» del progettista bolognese.

Il complesso sorge sul lato nord della stazione ferroviaria e si sviluppa con una pianta ad «L» che occupa un isolato delimitato sul lato principale dalle Fondamenta Priuli ai Cavaleti e sul lato contrapposto da una piccola area verde; i due fronti formano una corte centrale che guarda il Rio di Crea, il canale che costeggia la citata stazione, legata al lotto da un ponte di collegamento. L’edificio viene progettato come un motore, strutturandolo in relazione al ciclo di lavorazione del carbone. Cosi il fabbricato si articola intorno a una grande area centrale a tutta altezza, con la distribuzione degli spazi, la scansione degli accessi e degli ambienti, progettate sullo schema del ciclo di trasporto, frantumazione e cottura del materiale fossile, per concludersi nella produzione, tramite le grandi caldaie, del vapore. 

Nella realizzazione di questo edificio, è «evidente la confidenza di Mazzoni nel progettare strutture con telai in cemento armato»(1), differenziando il trattamento interno, intonacato, con la struttura a vista, riempito dai grandi macchinari metallici che regalano uno scenario costruttivista, da quello esterno, ricoperto da fini listelli di «cotto» e da raffinate cornici e cordonati in pietra modanata, a delineare gli elementi compositivi, quali la grande ciminiera circolare, le pensiline a sbalzo, le finestre a oblò e a nastro: a ricordo della poetica avanguardista cara al progettista che aveva firmato il manifesto dell’architettura aereo-futurista. 

L’abbandono delle sue funzioni originarie e la trasformazione dei suoi ambienti, con lo «svuotamento» progressivo delle attrezzature interne, le ampie demolizioni e sostituzioni, di fatto, dopo circa settanta anni dalla sua realizzazione, hanno trasformato questo pezzo di puro industrial design(2) in un luogo fonte di degrado per una zona della città lagunare oggetto di nuove attenzioni e trasformazioni. 

Il progetto di recupero

Nel 2005, il gruppo veneziano Fon Architetti viene incaricato di eseguire un completo recupero dell’edificio con l’obbiettivo di trasformare il fabbricato in unità residenziali, mantenendone l’aspetto originario per salvaguardarne la sua integrità storica. Il progetto viene affrontato coinvolgendo, oltre agli aspetti storici, quelli ambientali, tecnologici e finanziari, secondo un’ottica «allargata» di progettazione sostenibile. I progettisti, ripartendo dai rapporti geometrici dell’impianto planimetrico originario, articolano la loro proposta intorno a un asse principale di distribuzione che, con la sua forma sinuosa, si raccorda al gioco dei canali e dei percorsi dell’ambiente lagunare. 

Il progetto, dipartendo dalla quota grezza di estradosso della struttura del piano terra, pari a +1,80 m slm (per garantire un’adeguata protezione dai fenomeni di «acqua-alta»), si sviluppa su sei piani, realizzati interamente dentro le altezze del corpo di fabbrica originario. Il tutto per un volume complessivo di oltre 17.000 m3, contenente 7 unità direzionali e 32 unità residenziali, suddivise in appartamenti che vanno dai 55 ai 260 m2, corredate di zone comuni attrezzate comprendenti palestra, sauna, minipiscina con impianto di idromassaggio e doccia termale e una serie di spazi accessori come aree verdi e terrazze panoramiche.

Una parte considerevole dei 4000 m2 coperti è stata ricavata dalla «saturazione» del vasto volume centrale della sala macchine. «Nel grande vuoto esistente internamente si è realizzata una struttura in acciaio e legno autoportante, con solette di piano in calcestruzzo armato ancorate perimetralmente alle murature esterne: una soluzione leggera nel rispetto dei parametri costruttivi veneziani ma elastica e resistente per garantire la conformità con la normativa antisismica. Proprio l’attenzione alla sicurezza in caso di evento sismico ha suggerito la scelta di organizzare tale struttura con uno schema a incastro con telai e nodi trave-colonna. Ad essa e al suo nuovo sistema di fondazioni – organizzato con un graticcio di travi e plinti in calcestruzzo armato con micropali e completato da una soletta continua superiore – sono stati affidati integralmente i nuovi carichi dell’edificio.» 

Accanto a questi massivi interventi di restauro strutturale, il progetto di recupero ha previsto puntuali interventi di ripristino delle facciate e, in particolare, dei citati elementi di rivestimento esterno in pietra d’Istria e in terracotta. 

A seguito di una preliminare idropulitura, sono stati individuate le aree nelle quali i listelli in laterizio risultavano deteriorati o mancanti, procedendo alla loro sostituzione o integrazione con nuovi elementi e stuccando quelli danneggiati con una malta della tipologia a presa pozzolanica con basso contenuto di sali solubili, particolarmente adatta per mattoni a impasto molle. Questa tipologia di malta (formata da una miscela di cocciopesto di calce idrata fiore e di calce idraulica inerte di marmo macinato), oltre a favorire l’assestamento del paramento murario, con una forte adesione e trascurabili ritiri o fessurazioni, ha garantito la necessaria traspirabilità riducendo la risalita capillare e/o il ristagno d’acqua sulla muratura, evitando così la formazione diretta di efflorescenze. La stuccatura dei listelli è stata effettuata con piccole spatole, esercitando sulla superficie stuccata una azione di spugnatura in grado di arrotondare e compattare la malta. A conclusione dell’intervento, le zone restaurate sono state trattate con una patinatura in grado di omogeneizzare l’intervento con le superfici originarie. Ultimo trattamento eseguito su tutte le facciate è stato l’applicazione di un protettivo (a base silossanico con solvente idrorepellente) capace di ridurre l’effetto di sfarinamento degli elementi in laterizio, diminuendone l’assorbimento d’acqua e garantendo, comunque, la traspirabilità e l’aspetto originale del rivestimento. 

Anche la grande ciminiera è stata oggetto di un particolare restauro conservativo che ha mirato principalmente al recupero integrale del manufatto. Attraverso un generalizzato intervento di scuci-cuci per risanare le murature maggiormente degradate o lesionate, con l’inserimento di barre filettate in acciaio zincato e successiva sigillatura con legante, le murature in laterizio sono state rivestite con una rete in carbonio saldate con malta. Su questa base è stato steso lo strato di intonacatura e successiva tinteggiatura che ha riproposto l’originale colore rosso tipico delle architetture di Mazzoni.

Proprio il tema del colore è stato un altro punto cardine del progetto di recupero. Sia internamente, e in particolare negli spazi connettivi comuni, che esternamente, soprattutto in corrispondenza delle superfici trasparenti delle finestre di facciata, i progettisti hanno previsto sistemi di schermatura con vetri colorati secondo la tradizione veneta, attenta al patrimonio percettivo che si sviluppa nel rapporto utente-spazio costruito. I toni soft degli schermi in vetro rimandano alle colorazioni, non solo della laguna e dei canali, ma anche delle raffinate lavorazioni presenti in tutto il patrimonio edilizio veneziano. Gli schermi assumono inoltre un valore «tecnologico-ambientale» essendo stati studiati per attenuare i fenomeni di irraggiamento diretto degli infissi retrostanti. 

Altro tema del progetto è stato quello relativo alla sostenibilità e al comfort ambientale. Attraverso 22 sonde geotermiche (che agiscono a una profondità di 150 m), il progetto ha previsto l’installazione di impianti termomeccanici e di climatizzazione in grado di garantire un risparmio energetico valutato intorno ai 65.000 kWh/anno. Tutti i sistemi di illuminazione delle aree comuni sono stati progettati in modo da essere automatizzati, garantendo in tal modo un risparmio energetico del 30%. Il trattamento delle acque, tramite sistemi a fanghi attivi, permette un rilascio in laguna di reflui completamente depurati.

Questa attenta visione complessiva del progetto è stata riconosciuta con numerose pubblicazioni e premiazioni, tra le quali il premio «Raffaele Sirica del 2010» per il miglior recupero conseguito negli ultimi dieci anni in Italia e il primo premio European Colour del 2011.

Luca Manzi
Architetto, PhD,Università di Firenze

Note
  1. «Architetture per il carbone: le centrali termiche delle stazioni di Firenze e Venezia», di Elisabetta Pieri, da aavv, Angiolo Mazzoni (1894-1979). Architetto Ingegnere del Ministero delle Comunicazioni, Mart - Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, Skira, Milano, 2003.
  2. «Due note sul design di A. Mazzoni», in Angiolo Mazzoni 1894-1979: architetto nell’Italia tra le due guerre, di G.K. Koenig, Grafis, Casalecchio di Reno (BO), 1984.

Scheda tecnica

Oggetto: Recupero Centrale Mazzoni
Località: Venezia
Committente: Centrale Mazzoni
Progetto architettonico: Gruppo Fon Architetti, Mestre Venezia: Lodovico Scodellari, arch. Oscar Scomparin, Nicola Salviato, Ezio Pavoni
Collaboratori: P. Dobalà e G. Rossato
Progetto strutturale: Franco Forcellini
Progetto meccanico: Tifs Ingegneria
Impresa edile: Costruzioni Giuseppe Maltauro

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