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Belgio/Hasselt  
Francesca Torzo

Z33 house for contemporary art

La parola beghinaggio deriva dall’olandese begijnhof e individua il luogo che ospitava le Beghine, donne vedove o orfane spesso di famiglia benestante e quindi in grado di provvedere al proprio sostentamento, che decidevano di dedicare la propria vita a Dio senza tuttavia ritirarsi in clausura, ma continuando a svolgere delle attività, manuali e di assistenza ai malati, che le consentivano di essere libere di entrare o uscire dalla comunità.
Secondo lo storico belga Henri Pirenne, tale fenomeno fu dovuto alla sproporzione del numero di donne rispetto a quello degli uomini venutosi a creare a causa delle guerre che provocarono la morte di molti uomini che, di conseguenza, non potevano più occuparsi del sostentamento di figlie e mogli. Nati tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, i beghinaggi emersero spontaneamente e si diffusero principalmente nelle Fiandre e nei Paesi Bassi, sulla scia del rinnovamento culturale che investì l’Europa occidentale nel Medioevo e in cui le donne ebbero un ruolo al di fuori delle canoniche gerarchie religiose. Essi sorgevano generalmente al limite dei centri urbani consolidati ed erano caratterizzati da ambienti tranquilli e protetti: erano composti da abitazioni, chiese ed edifici ausiliari disposti intorno a una corte centrale e circondati da recinzioni che consentivano l’accesso durante le ore del giorno ma che venivano chiuse durante la notte. Questi complessi subirono forti ridimensionamenti già tra il XVI e XVII secolo a causa delle difficoltà sociali, cessando definitivamente di esistere nel XX secolo quando il movimento venne ritenuto troppo secolarizzato e ormai scarico dei principi fondanti.
Lo studioso Pascal Majérus ha rilevato che dei circa 300 beghinaggi presenti in Belgio una trentina sono sopravvissuti alla distruzione. Nel 1998, i tredici Beghinaggi fiamminghi sono stati riconosciuti dall’UNESCO Patrimonio Mondiale dell’Umanità per il loro portato culturale di relazione tra valori laici e religiosi e per la loro rilevanza architettonica e urbana nelle città fiamminghe. Dopo la dismissione, questi complessi hanno conosciuto graduali stadi di trasformazione che li hanno portati spesso alla riconversione in funzioni spazialmente affini quali conventi, ospizi, orfanotrofi o scuole. Uno di questi è il beghinaggio di Hasselt, risalente al Settecento e ricostruito nel secondo dopoguerra a causa della parziale distruzione causata dai bombardamenti del 1944. Esso presenta una gamma di tessiture in mattoni pieni faccia a vista che restituisce un panorama dalla ricchezza costruttiva belga, occupa un grande blocco triangolare del tessuto urbano ed è in prevalenza destinato ai servizi provinciali. Dei numerosi edifici presenti, quello ricostruito nel 1958 e disposto sul lato occidentale dell’isolato è stato destinato ad accogliere un centro d’arte contemporanea denominato dal suo fondatore Jan Boelen Z33 in riferimento al suo indirizzo, Zuivelmarkt 33. Con il suo ampliamento completato nel 2019, il centro è costituito da una successione di ambienti semplici che si affacciano l’uno nell’altro restituendo una sequenza spaziale ritmata, scandita dalla luce naturale che penetra dalle bucature diverse per dimensione e collocazione. L’ampliamento reinterpreta l’espressione degli edifici del passato, disponendo un muro quasi cieco verso la strada e aprendo una ventina di finestre verso il cortile interno. L’aspetto introverso dell’impianto architettonico trova proprio nel possente muro di confine l’elemento di maggiore espressione. Quasi 35mila mattoni romboidali fatti a mano configurano un diaframma verticale lungo 60 metri e alto 12 metri, con un solo giunto di dilatazione alla piegatura centrale che il muro presenta per raccordarsi con l’esistente e segnalare la presenza dei due ingressi ai patii disposti alle estremità di cui uno, quello adiacente al museo originale, diventa la nuova entrata al complesso espositivo. Tale quinta muraria è l’espressione del centro verso l’esterno, funge da sfondo per la vita della strada e, allo stesso tempo, protegge gli spazi interni coperti e scoperti dalla frenesia della città. La soluzione tecnologica è della tripartizione a cassetta: setto interno in calcestruzzo armato, intercapedine saturata di isolante termico e paramento esterno in blocchi di laterizio armati rivestiti con mattoni romboidali. Il risultato è una fitta superficie a losanghe. Le parti che non presentano la finitura in laterizio sono state rivestite con un intonaco a base di malta bastarda pigmentata. Riferendosi alla tecnica costruttiva romana dell’opus reticulatum, così come ha fatto Leon Battista Alberti sulla panca di via di Palazzo Rucellai a Firenze, con il reticolo diagonale della facciata Francesca Torzo dialoga con l’esistente e conferisce all’edificio un aspetto monumentale, decisamente antico.
Con il sapiente controllo degli spazi, della luce, dei materiali e delle tecniche costruttive, la giovane progettista veneta, formatasi in Italia (IUAV), Olanda (TU Delft), Spagna (ETSAB Barcellona) e Svizzera (Accademia di Mendrisio), dimostra di essere cresciuta facendo propri i valori dell’inclusione rimanendo saldamente ancorata alla tradizione architettonica mediterranea, quella seria. Il progetto rende giustizia all’originario beghinaggio in una sorta di rispettoso continuum tra un’energica donna contemporanea e le straordinarie donne che lo hanno abitato nel passato.

Adolfo Baratta,  
Professore Associato, Dipartimento di Architettura, Università degli Studi Roma Tre

Romina D’Ascanio,  
PhD Student, Dipartimento di Architettura, Università degli Studi Roma Tre


Scheda tecnica

 

Oggetto: Galleria d’arte contemporanea
Località: Hasselt (B)
Committente: Provincia di Limburg e Z33
Progetto architettonico: Francesca Torzo
Team di progettazione: Tomàs Cabral, Előd Zoltàn Golicza, Lorenzo Gatta, Marco Guerra, Cyril Kamber, Antoine Lebot, Jovan Minic, Andrea Nardi, Anna Oliva, Nicola Torniamenti, Gion Balthasar von Albertini
Progetto strutturale: Conzett Bronzini Partner ag
Progetto impiantistico:  Luca Pietro Gattoni
Superficie: 4.664 m2 + 300 m2 ampliamento
Costo: 8.800.000 €
Cronologia:  2011 (progetto); 2019 (costruzione)
Fotografie: © Gion Balthasar von Albertini