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Germania/Ravensburg  
LRO + Lederer + Ragnarsdóttir + Oei

Rinnovare la tradizione

Sin dall’esordio l’attività di Arno Lederer (1947), Jòrunn Ragnarsdóttir (1957) e Marc Oei (1962) ha rappresentato una delle realtà professionali più apprezzate e affermate nel panorama tedesco, inserendosi, grazie alla costante ricerca della sintesi tra forma, tecnica e struttura, nella tradizione della «Stuttgarter Schule» dei vari Paul Schmitthenner, Paul Bonatz, Heinz Wetzel e Rolf Gutbrod.

Le opere di LRO Architekten presentano una costante tensione intellettuale che li porta a ricercare la continuità con la tradizione, riproponendone un’interpretazione critica che gli conferisce un’attualità lontana dalle mode chiassose. I loro progetti sono disciplinati da una gestione sicura e da un’organizzazione rigorosa che controlla pienamente tutti i dettagli e i materiali; i loro edifici presentano una vigorosa ma mai invadente presenza.

Di seguito sono illustrati, anche con le belle immagini di Roland Halbe, Zooey Braun e Boris Miklautsch, sei dei tanti progetti realizzati negli ultimi decenni, mentre un settimo è descritto nella sezione «Dettagli». La monografia è completata da una acuta presentazione di Falk Jaeger, da una breve intervista ai tre soci dello studio e da un saggio dello stesso prof. Lederer.

Ravensburg è una città di circa cinquantamila abitanti situata in Alta Svevia, nel sud della Germania. Nel Medioevo era un importante e prosperoso centro commerciale e la città ha conservato fino ai giorni odierni
(grazie soprattutto all’assenza di raid aerei durante la seconda guerra mondiale, in quanto giudicata strategicamente non rilevante) quasi intatto il suo centro storico formato da numerose torri, porte ed edifici risalenti per la maggior parte al quattordicesimo e quindicesimo secolo.

Quando, alcuni anni fa, i coniugi Selinka, locali collezionisti d’arte contemporanea, decisero di cercare una sede adeguata per la loro nascente fondazione la «Peter und Gudrun Selinka Stiftung», non immaginavano di certo di innescare un processo filologico-culturale che toccava i delicati equilibri architettonici sul come intervenire in un centro urbano ben conservato e ricco di «storia». Né tanto meno il sindaco, voglioso di garantire alla sua cittadina un prestigioso centro d’arte contemporanea, né l’imprenditore e costruttore locale Reisch – che aiutò economicamente la municipalità nell’acquisizione dell’area in cambio di un affitto trentennale –, potevano supporre di essersi imbattuti in una questione assai dibattuta, forse ormai un po’ superata, ma pur sempre rilevante, sul rapporto tra il vecchio e il nuovo in architettura e su come attuare in un tessuto urbano così fortemente caratterizzato.

LRO Architekten, vincitore del concorso promosso per la realizzazione del nuovo Kunstmuseum, invece, fin dal primo approccio, si è reso conto dell’importanza e della delicatezza del tema progettuale in questione. La scelta architettonica adottata, e che ha fatto loro anche vincere la gara – qui bisogna dare atto del buon lavoro svolto alla commissione giudicatrice –, era quella di non realizzare un volume protagonista, che volesse mettersi in mostra a tutti i costi, ma neanche un’opera che riproponesse pedissequamente le forme del passato, bensì un museo moderno, duraturo ed energeticamente efficiente, che sapesse dialogare con la storia dell’architettura proponendo alcune sue forme in chiave contemporanea.

Il sito messo a disposizione in seguito alla demolizione di un gruppo di piccoli corpi di fabbrica (appartenuti alla vicina casa editrice e produttrice di giochi Ravensburger), presenta solo due affacci su strada e una forma lunga e stretta, confinante con una strada curva leggermente in pendenza. La forma scelta dai tre progettisti di Stoccarda per l’insediamento del Kunstmuseum propone una pianta sostanzialmente rettangolare che meglio si adatta alla conformazione dell’area.

La pianta di geometrie semplici ed essenziali, con una grande aula rettangolare per piano, adibita a spazio espositivo fiancheggiato dai due corpi scala laterali, rispecchia la filosofia progettuale dell’intervento. Quest'ultima si ritrova anche nel disegno dei prospetti: un concetto spaziale funzionale ed efficiente con aree espositive «neutre», ma mai banale o riduttivo. Lo testimoniano molti «episodi» e dettagli di cui è ricco il progetto: la pianta che al piano terra «segue» la sede stradale (più concettualmente che materialmente, trattandosi di un taglio netto obliquo e non curvo come la via) per poi, nei due piani superiori, recuperare, agendo a sbalzo, la sua forma rettangolare; il piano d’entrata con la bussola d’ingresso in rame e il tavolo d’accoglienza ad angolo realizzato in cemento bianco; il volume contenente la scala principale di risalita che diventa l’elemento architettonico distintivo del fronte principale; il soffitto voltato autoportante realizzato in «conchiglie» di mattoni a vista, proiezione della particolare forma voltata della copertura; ecc. Esternamente tutto l’involucro del museo è stato deliberatamente ricoperto con mattoni in laterizio recuperati da un chiostro del quattordicesimo secolo situato vicino al confine belga. Ciò conferisce all’edificio costruito una certa «aria familiare», dovuta principalmente (ma non solo) agli antichi mattoni fatti a mano che hanno attenuato l’impatto generale del nuovo museo all’interno dell’area storica in cui è stato posizionato.

Il prospetto principale, quello più lungo affacciato sulla strada, è stato impostato secondo i princìpi della simmetria e si presenta come una grande quinta muraria di mattoni laterizi a vista. La sua parte finale, il top, è contrassegnata dalla curvatura delle volte del tetto (due grandi, tre piccole e due grandi, ma sviluppate solo a metà) e dai sei sporgenti «getti» d’acqua che ricordano una moderna merlatura dei castelli medievali. Ai lati, al piano terra, è situata l’entrata principale contrassegnata da una bassa struttura leggermente staccata che ne accentua l’importanza, e, a ovest, vi è un taglio netto imposto all’edificio per assecondare l’andamento della strada prospicente. 

In centro, appoggiato alla retrostante quinta muraria il volume contenente le scale di risalita, movimenta l’intero fronte grazie anche alla presenza di quattordici piccole finestre sapientemente posizionate. Il museo è stato progettato seguendo i severi standard imposti dai parametri Passivhaus, nonostante l’oggettiva difficoltà di dover coniugare le esigenze di un edificio progettato per le attività espositive (i dipinti vengono illuminati da luce artificiale, pertanto non vi è necessità di finestre) con il conseguente bisogno di far filtrare una grande quantità di luce solare per meglio soddisfare i requisiti di una «casa passiva». Per ovviare a questo mancato guadagno solare è stata posta molta attenzione nella progettazione dell’involucro edilizio con particolare riguardo alla riduzione dei ponti termici (attraverso la diminuzione delle porzioni d’acciaio del sistema di fissaggio). L’edificio può pregiarsi di essere il primo museo con certificazione Passivhaus e, inoltre, di aver vinto, nel 2013, il premio «Energie + Architektur» della Bund Deutscher Architekten.

Igor Maglica PhD, architetto e giornalista


Scheda tecnica

Oggetto: Edificio museale
Località: Ravensburg
Committente: Ministero della Cultura
Progetto architettonico: LRO Architekten – Arno Lederer, Jórunn Ragnarsdóttir, Marc Oei
Cronologia: 2010 - 2012 (lavori)
Superficie: 900 m2
Fotografie: Roland Halbe

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