Giovanna Pizzella

Un’architettura “glocale” come luogo da vivere e dove tornare

Giovanna Pizzella
Giovanna Pizzella (1973), Mario Michetti (1971), Mirko Giardino (1968), costituiscono nel 2006 lo Studio Zero85 con sede a Pescara. Laureati in architettura all’Università “D’Annunzio” di Pescara, da anni svolgono un intenso lavoro di ricerca sulla sperimentazione di nuove tecnologie costruttive e sulla variabilità/aggregabilità tipologica degli spazi residenziali, nonché sul tema dell’identità culturale dei luoghi.

 

Lei ha fondato nel 2006, con i suoi due soci, lo studio Zero85 Architetti Associati: un sodalizio di lunga data.
Ritiene che il suo ruolo di progettista donna sia riconoscibile nel lavoro di squadra o che invece non vi siano sostanziali differenze di sensibilità correlate al “genere” nel fare architettura?

È una domanda che mi sono posta diverse volte nel corso degli anni: non so se il mio ruolo di progettista “donna” sia riconoscibile nel lavoro di squadra, sicuramente sono la persona nello studio che mette in discussione qualsiasi progetto venga prodotto ma questo fa parte del mio essere “critica”, sono una perfezionista, penso che ci sia sempre qualcosa da migliorare. Ecco, probabilmente loro accettano le mie continue critiche perché sono donna.
Questo bisognerebbe chiederlo ai miei soci!
Ritengo che non ci siano differenze legate al“genere” nel fare architettura, ma soltanto sensibilità (sia femminili che maschili) di persone diverse che mettono in campo le proprie professionalità e capacità.

Quanto è difficile affermarsi per una donna, alla luce delle proprie qualità e del proprio talento, nell’universo spesso “maschile” dell’architettura? Lei predilige un lavoro prettamente ideativo-progettuale o si rapporta anche concretamente con la fase esecutiva del cantiere?

Le donne hanno ancora oggi molte difficoltà ad affermarsi nel mondo dell’architettura: la figura dell’architetto è stata nel corso dei secoli di dominio quasi esclusivamente maschile, a differenza di altre professioni che annoverano maggiori presenze femminili. La professionalità femminile non è ancora completamente accettata dal sistema culturale e sociale contemporaneo.
Inoltre le donne se decidono di avere una famiglia devono conciliarla, con non poche difficoltà, con la professione. Pochissime sono le donne che riescono a pianificare un territorio o a realizzare grandi progetti. Anche nelle giurie dei concorsi la presenza maschile è dominante così come nelle case editrici specializzate, come curatori di grandi manifestazioni … potrei continuare ancora per molto!
Nel mio lavoro mi piace rapportarmi concretamentecon la fase esecutiva del cantiere, la ritengo la naturale prosecuzione e verifica dell’atto progettuale, il momento in cui le idee prendono forma.Il cantiere è esclusivamente maschile, nel corso degli anni ho imparato a essere rispettata per la mia professionalità di architetto e non solo perché sono una donna.

Nelle vostre architetture si riconosce una particolare attenzione nell’uso dei materiali come strumento di progettazione e di confronto con il contesto di intervento: mi riferisco in particolare alla Casa Studio per un artista nelle campagne abruzzesi o al Trabocco sulla spiaggia di Pescara.
Che importanza ha nel progettare il genius loci? Lo considera come un vincolo concettuale o un elemento di ispirazione?

I progetti che lei ha citato raccontano l’essenza del nostro modus operandi progettuale, basato principalmente su questi elementi: la materia, i materiali ed il contesto. Molto spesso capita che ci venga detto che il nostro lavoro ha un linguaggio capace di farsi carico “dell’indentità del paesaggio” che lo circonda. Mi piace identificare tale identità con “l’identità culturale del luogo”, in quanto la prima non può essere scissa dalla seconda. Un luogo è composto da
elementi materiali, immateriali, culturali e visionari.
Quando ci relazioniamo ad un nuovo progetto ci facciamo sempre ispirare dal luogo dove deve essere realizzato, dalla sua storia e da ciò che ha da “raccontarci”. I materiali costituisco uno degli elementi che definiscono l’immagine di quel luogo. Parliamo di un’architettura che guarda al “locale” in un’ottica internazionale,
glocalizzazione o glocalismo termine introdotto dal sociologo Zygmunt Bauman per adeguare il panorama della globalizzazione alle realtà locali, così da studiarne meglio le loro relazioni con gli ambienti internazionali.
Il significato della parola “locale” si espande trasformando ciò che facciamo in linguaggio internazionale, senza confondere realtà locali che rimangono a tutti gli effetti sottosistemi significanti.

Tra i vari temi, il vostro studio da anni svolge un’intensa attività di sperimentazione tipologica e tecnologica nel campo dell’edilizia abitativa (in forma sia collettiva sia individuale). In quale direzione andrà in futuro, secondo Lei, il concetto di abitare in un mondo sempre più impalpabile, de-materializzato, nomade? I bisogni universali dell’individuo di avere un “riparo” continueranno a riconoscersi nella necessità di disporre di un luogo unico e identificabile come “casa” o verranno ricodificati alla luce di nuove esigenze?

L’abitazione per definizione “è il luogo dove l’uomo dimora”; già in epoca preistorica l’uomo ha sentito l’esigenza di sostituire la caverna con un “rifugio” più sicuro per difendersi dalle intemperie e dagli attacchi degli animali. Nel corso dei secoli, il concetto dell’abitare si è evoluto non solo da punto di vista sociale ma si è trasformato in qualcosa di più complesso.
La casa non è solo un luogo fisico ma è anche un luogo mentale. La casa è il nostro spazio intimo, dove siamo liberi di essere noi stessi ma è anche il luogo della condivisione e dell’accoglienza e grazie alle nuove tecnologie anche del lavoro. Come cambiano le esigenze degli uomini così si modifica il nostro modo di abitare, inoltre oggi sono cambiate anche le famiglie, famiglie allargate, famiglie monoparentali…
Nell’ultimo anno, il lockdown causato dalla pandemia ha evidenziato il problema del sovraffollamento abitativo, perché le case sono piccole e disagevoli, il numero di stanze non corrisponde a quello delle persone che ci vivono e sono carenti gli spazi esterni. Inoltre diversi territori sono in ritardo digitale in quanto non tutte le case hanno una connessione funzionante o un computer. In una società dove l’immateriale è entrato a far par parte della nostra quotidianità occupando spazio fisico e dove le dimensioni delle abitazioni sono molto spesso sottodimensionate e non adatte a contenere le funzioni da svolgere, bisogna quindi ripensare il concetto di casa, come luogo polifunzionale, un luogo “attrezzato” dove vivere, lavorare e divertirsi capace di rispettare la necessità di privacy dei suoi abitanti.
Chiaramente, in questa ottica va ripensato anche il contesto urbano delle città. Inoltre, con la possibilità di lavorare in posti diversi da quello che è il proprio ufficio, l’abitare diventerà sempre più flessibile ma l’uomo avrà sempre bisogno di un “luogo” dove poter tornare.

Il vostro studio opera spesso con prodotti da costruzione naturali e a basso impatto ambientale come ad esempio il laterizio. Ritiene che il laterizio, materiale espressivo e tradizionalmente consolidato, interpreti anche un linguaggio progettuale contemporaneo e adeguato alle sfide dell’architettura del futuro?

Come ho già detto prima, i materiali servono a rafforzare e raccontare il senso del progetto. Ritengo che il laterizio così come altri materiali della tradizione consolidata possano interpretare, attraverso l’innovazione sia tecnologica che tecnica, il linguaggio architettonico contemporaneo.
Il laterizio è uno dei materiali più antichi con grandi qualità tecniche ma è anche uno dei più versatili, da plasmare e modificare. Questo lo rende un materiale tradizionale ma anche attuale. Nella “casa d’artista” a Manoppello, progettata con l’artista Sergio Sarra, riprendendo la tradizione costruttiva tipica delle colline dell’entroterra abruzzese, ossia le case di terra cruda che si fondano cromaticamente con il paesaggio, nasce l’idea di utilizzare la “tavella” in laterizio, elemento diffuso nella tecnica costruttiva contemporanea soprattutto come elemento “sottotraccia”, nascosto dall’intonaco, mostrandola e dandole la dignità di un rivestimento. Le tavelle in laterizio sono state applicate sulle facciate e sulla copertura esaltando con i suoi effetti cromatici e materici la purezza e la semplicità della casa.

Nel Vostri lavori vi siete anche rapportati al tema del restauro e del rapporto con le preesistenze (restauro Teatro Michetti e concorso per la nuova uscita del Museo delle Cappelle Medicee a Firenze).
In che modo vede confrontarsi il linguaggio contemporaneo con l’architettura del passato?

Ritengo che l’architettura contemporanea debba confrontarsi con quella del passato stabilendo un dialogo tra presente e preesistenza. Tale dialogo può essere di rottura o di equilibrio, nel rispetto dei linguaggi stilistici. Nel nostro territorio è impossibile non confrontarsi con una preesistenza che porti con se una storia di uomini, di abitudini, di attività. Queste storie, tradotte in paesaggio, sono la nostra fonte d’ispirazione. Il rispetto di un edificio storico sta nella capacità di donargli vita, adeguandolo alle esigenze contemporanee.
Un edificio di carattere storico non può non essere vissuto: l’architettura è vita.

Chiara Testoni
Architetto, PhD