Germania  
José Louis Moro

Dal principio al dettaglio

Una delle frequenti particolarità delle gente che scrive libri di Tecnologia dell’Architettura è che legge più libri di Tecnologia dell’Architettura della media delle persone; acquisendo, in tal modo, una sensibilità particolare alle variazioni di impostazione delle informazioni testuali e grafiche nei libri tecnici, che gli consente di captare differenze di impostazione anche sottili, che ai non addetti ai lavori possono apparire trascurabili. Anche a chi è abituato a leggere libri di Tecnologia, però, capita talvolta di imbattersi in opere che sono sufficientemente fuori dall’ordinario da far risultare palese la loro peculiarità anche ai non addetti ai lavori. È mia convinzione che proprio tra questo tipo di produzione risulti più probabile trovare opere in grado di aprire una strada, di influenzare il corso degli eventi futuri. Questo è anche ciò che ho pensato quando, quattro anni fa, ho ricevuto per posta l’opera in tre volumi «Baukonstruktion – Vom Prinzip Zum Detail», scritta dal prof. José Luis Moro, dell’Università di Stoccarda, con Matthias Rottner, Bernes Alihodzic, Matthias Weißbach. La lettura di quella serie di libri, che ho molto apprezzato, aveva fatto nascere in me una forte curiosità in merito a quello che potesse essere il pensiero del Prof. Moro sul ruolo della tecnologia nella generazione delle soluzioni architettoniche. Sono lieto di avere potuto dare risposta a quella curiosità in occasione della presente intervista.

Lei, con tre colleghi del Suo gruppo di ricerca, ha scritto un importante lavoro di Tecnologia dell’Architettura in tre volumi – «Baukonstruktion – Vom Prinzip Zum Detail». Io credo che questo lavoro trovi un posto specifico nel ricco scenario dei libri di Tecnologia dell’Architettura prodotti in Germania. Si può individuare una caratteristica particolare che Lei ha cercato di dare fin dall’inizio all’opera per distinguere il vostro contributo? 

In realtà, il progetto di libro che abbiamo intrapreso quasi dieci anni fa è stato originato dalla nostra insoddisfazione rispetto alla letteratura esistente nel campo della Tecnologia dell’Architettura. Avevamo la sensazione che la maggior parte dei libri consistessero in una raccolta di soluzioni standard di dettagli costruttivi e fossero più o meno allineati con un approccio del tipo «bene, possiamo fare questa cosa in questo modo, o, se preferisci, in quell’altro modo…», senza spiegare perché quelle soluzioni tecniche talvolta davvero complicate hanno iniziato a essere adottate originariamente. Quello che mancava, insomma, secondo noi, era un certo tipo di ragionamento consequenziale che spiegasse a tutti gli interessati – e in special modo ai giovani studenti – perché le cose sono come sono. Tuttavia, questo obiettivo si è rivelato più difficile da raggiungere di quanto avevamo anticipato. Man mano che procedevamo nel lavoro, la portata del lavoro stesso aumentava e l’ambito d’indagine si ampliava, come spesso accade in questi tipi di impresa. Così alla fine ci siamo ritrovati con tre volumi.

Ora, il discorso che facevo parte dall’assunto – che a prima vista è abbastanza semplice, ma che produce conseguenze ad ampio spettro – che costruire significhi semplicemente generare superfici di vasta scala come pareti, coperture e altri tipi di involucri edilizi, che devono espletare funzioni abbastanza impegnative e che – poiché la scala dei nostri edifici è così grande – devono essere composti da parti più piccole. Così la domanda principale, e a cui è più difficile dare risposta, diventa: come mettere assieme tutte le parti di cui si può disporre in virtù dei nostri processi industriali in modo che, da una parte, esse chiudano la superficie di involucro, e, dall’altra, svolgano tutte quelle funzioni prettamente fisiche come la trasmissione delle forze, l’isolamento termico, la tenuta all’acqua, eccetera? Questa è l’idea principale che lega i tre volumi, e che anche, in un processo di ulteriore ragionamento e deduzione logica, produce a tutti i dettagli tecnici con cui dobbiamo fare i conti nella nostra pratica professionale. Abbiamo certato di esprimere questo concetto attraverso il titolo del libro, che significa procedere dal principio di effetto (intendendo con questo il concetto fisico base applicato alla soluzione di costruzione) al dettaglio materiale attraverso un processo logico e consequenziale governato dal ragionamento, e non dal caso o dall’arbitrarietà.

Quale pensa sia il ruolo della letteratura tecnica odierna riguardante la Tecnologia dell’Architettura? Pensa che oggi essa dovrebbe considerarsi più finalizzata all’educazione degli studenti e dei neofiti, o all’educazione permanente per l’aggiornamento dei professionisti? 

Penso che l’obiettivo principale sia quello di rendere la conoscenza base accessibile e disponibile ai giovani e ai professionisti interessati. Dobbiamo vincere il timore e la paura che può esserci quando si ha a che fare con questioni che riguardano la costruzione, perché le linee principali e i principi di trasformazione dei nostri progetti virtuali in edifici materiali non sono stregonerie da lasciare a specialisti, ma questioni accessibili a qualunque persona dotata di buon senso e di una certa quantità di curiosità. Rendere le cose chiare, cercando di evitare complicazioni non necessarie, spiegando le cose con un linguaggio che tutti possano comprendere, sembra essere oggi quindi l’obiettivo principale. Questo approccio potrebbe andare bene sia ai giovani che ai professionisti affermati, che dovrebbero scoprire l’immenso potenziale nascosto in una appropriate comprensione e in una adozione attiva delle leggi che governano il nostro mondo materiale. Lungi da essere un ostacolo al nostro pensiero creativo, tali leggi sono specialmente l’opposto – un incentivo e una sorgente di idee.

I progettisti oggi si trovano spesso in una posizione di disorientamento tra i poli opposti della necessità di generalizzazione, di avere una visione ampia dei fatti e delle opzioni progettuali, e della necessità di specializzazione, necessaria a ottenere una visione precisa dei risultati conseguenti le scelte. Il problema nasce dal fatto che la Tecnologia dell’Architettura è un’area disciplinare molto ampia e interdisciplinare. Qual è la sua personale posizione tra questi due estremi?

Come accennavo, io penso che la chiave stia nella comprensione dei principi di base che governano il nostro lavoro come architetti e ingegneri. Chiaramente, non siamo capaci di avere nella nostra testa l’intera conoscenza necessaria a costruire secondo i principi moderni. Ma quello che possiamo fare è comprendere le leggi principali del mondo fisico che sottende tutte le soluzioni tecnologiche e gli approcci base disponibili al progettista e ai tecnici quando cercano di risolvere dei problemi. Se acquisiremo questa conoscenza, saremo in grado di entrare in un dialogo fruttuoso con gli specialisti, che ci aiuteranno a sviluppare la soluzione finale e che, a loro volta, potranno imparare qualcosa di utile per il loro lavoro quotidiano da noi generalisti.

Tra le Sue esperienze professionali, ve ne sono alcune che sono state particolarmente importanti per il Suo apprendimento della prassi progettuale e della costruzione dell’Architettura?

Quello che era davvero importante per me da giovane architetto era lavorare in studi professionali attenti alla relazione tra progettazione concettuale e progettazione costruttiva. Nella mia carriera sono state molto importanti anche le mie frequenti e molto intense cooperazioni con gli ingegneri strutturisti. La mia stessa esperienza di insegnamento presso la Facoltà di Ingegneria Civile di Stoccarda mi ha aperto gli occhi verso molte questioni che precedente mi erano sconosciute come architetto. In un certo senso, insegnare dieci anni in quella Facoltà è un’esperienza che mi ha ricambiato con una conoscenza molto utile a comprendere importanti interconnessioni tra la progettazione concettuale e l’implementazione materiale.

Come Lei sa, questa è una rivista riguardante l’Architettura del laterizio, e il tema di questo numero è, nello specifico, quello delle coperture. Per quanto può dedurre dalla sua esperienza, ci sono differenze sensibili sull’architettura del Laterizio in diverse parti della Germania, o questa è una cosa che sta andando a sfumarsi, ed è in prospettiva destinata a perdersi nel passato? 

Rispetto alla costruzione in muratura di mattoni laterizi, ci sono differenze marcate tra il nord e il sud della Germania. Nel nord esiste ancora una ricca tradizione costruttiva in mattoni, forse oggi più conosciuta agli architetti a partire da esempi del primo espressionismo, quelli costituiti, per esempio, dagli edifici di Behrens, Poelzig e Höger. Oggi lo standard per questo tipo di parete è che vi sia un muro a doppia parete con strato termoisolante intercluso. Esistono poi prodotti industriali estremamente sofisticati, come i blocchi leggeri, includenti strati isolanti di grande spessore, che soddisfano gli standard particolarmente elevati di isolamento di oggi in configurazioni monostrato, senza isolamento aggiunto. Si tratta di componenti che oggi stanno venendo utilizzati specialmente nell’edilizia residenziale. Essi però hanno bisogno di essere intonacati su tutte e due le facce. L’uso del mattone faccia a vista avviene invece essenzialmente in pareti multistrato. 

Infine, a proposito delle coperture in cotto, vorrei chiedere la sua opinione a proposito della relazione tra il loro presente e il loro futuro. Vede un futuro in cui le coperture in cotto continueranno in qualche modo ad assomigliare a quelle del passato o le sembra più verosimile uno scenario di maggiore evoluzione e più divergente? E in quest’ultimo caso, se la sentirebbe di fare una previsione sulla direzione futura? O di esprimere un auspicio? 

Le coperture a falda in Germania sono ancora piuttosto diffuse. Alcuni pensano persino che siano più affidabili e durabili delle coperture piane moderne – un’opinione non irrealistica. Dal punto di vista degli architetti «progressisti», le coperture in coppi o tegole di laterizio scontano il pregiudizio di sembrare in qualche modo parrocchiali e non sofisticate. Così oggi si possono trovare coperture realizzate da quel tipo di architetto, piuttosto incomprensibilmente, in materiali come calcestruzzo a vista – qualcosa che può sembrare fuori tema. O si possono trovare coperture in tegole piuttosto sofisticate con superfici autopulenti a forma di loto. Usualmente, di colori vivaci e superfici lucide che potrebbero impressionare persone abituate alla testura e colorazione tradizionali delle tegole in cotto non trattate. Possono trovarsi tipi moderni di tegole di copertura praticamente piane esternamente, senza quasi profilatura; caratterizzate da geometrie di giunto intricate, idonee a fornire prestazioni di tenuta all’acqua molto alte; ma che, viste dall’esterno, producono l’apparenza piana piuttosto astratta agognata dagli architetti «progressisti», desiderosi di non essere confusi con colleghi conservatori e orientati al passato (sto scherzando un po’). Quindi, in sintesi, le coperture in tegole di laterizio, nonostante costituiscano una soluzione tecnica molto antica, stanno ancora oggi evolvendo e offrono delle opzioni valide tecnicamente e nello stesso tempo interessanti dal punto di vista estetico. Per quanto concerne l’efficienza energetica, le coperture a falda moderne possono essere realizzate così da raggiungere trasmittanze termiche molto basse e nello stesso tempo risultare quasi prive di ponti termici. Sotto questo aspetto, esse sono quindi perfettamente competitive con le coperture piane. Sono convinto che le coperture inclinate in cotto reggeranno ogni sfida, consolidando il loro impiego nel tempo.

Gian Luca Brunetti
Ricercatore, Politecnico di Milano