Italia/Nembro  
Archea Associati

Terreria

Sul finire del XVIII secolo Étienne-Louis Boullée ha progettato la sala per l’ampliamento della biblioteca nazionale di Francia, i cui muri concettualmente infiniti sono visivamente costituiti dai libri, veri mattoni su cui si costruisce il sapere. 

Molti anni dopo, dal 1989 Dominique Perrault si cimenta sullo stesso argomento, realizzando quattro grandi libri aperti in acciaio e vetro ai vertici dell’esteso rettangolo definito al suolo; è ancora il libro l’elemento base per costruire l’edificio.

Il tema ritorna pure con altre proporzioni nella biblioteca pubblica di Nembro disegnata da Archea e Marco Casamonti a partire dall’anno 2002: in essa il libro è esibito sulla pelle esteriore della fabbrica, rinnovando il gioco di scambio con il mattone. I laterizi filtrano l’irraggiamento diretto esterno variamente disponendosi secondo giaciture diverse, come pagine di libro lasciate libere al vento (ce ne occupiamo nella rubrica «dettagli»).

Archea e Marco Casamonti sono chiamati ad approfondire nuovamente l’argomento, occupandosi questa volta non dell’edificio, ma dell’elemento costruttivo, e progettano così di utilizzare conci in laterizio, come fossero mattoni di parete, per costruire partizioni o diaframmi in cui possano riporsi libri.

Variabilità, filtro, colore, materia, componibilità, sono alcune delle parole fondamentali del vocabolario di progetto: differenti tonalità e rese superficiali finali, unitamente alle possibilità non univoche di montaggio dei conci, consentono soluzioni finali plurime, e plurime rese spaziali. Si tratta infatti, fuor di metafora, di murature traforate, come si trattasse di recinzioni esterne, o dei diaframmi posti tipicamente al perimetro degli involucri dell’architettura rurale. In questo senso la proposta mostra ampiamente di conoscere e reinterpretare le radici della cultura architettonica italiana, così ben indagate anche in via teorica dagli scritti di Giò Ponti: le caratteristiche degli spazi esterni vengono portate all’interno e viceversa, ricostruite con le materie prime dei nostri suoli, addomesticate in modi artigianali e posate a mano.

Si evoca negli interni in questo modo il sapere arcaico, artigianale, contadino, rustico, non finito, povero, locale, naturale: ancora termini tutti utili per arricchire ulteriormente il vocabolario di partenza. Il nome stesso attribuito a questo sistema componibile gioca sulla parola: libreria è ricondotta a terreria poiché la materia prima è la terracotta; piace particolarmente notare come «libro», etimologicamente, significhi lo strato più interno della corteccia dell’albero, da cui è tratta la materia per costruire i primi fogli su cui scrivere. La terracotta, il laterizio, pensando soprattutto alle argille, è strato più interno del calpestio su cui camminiamo, prestandosi pertanto allo scambio letterario. 

Gli elementi-base del sistema della libreria di Archea sono estrusi in laterizio ottenuti da stampo mediante differenti argille, proposte anche nella versione affinata in gres porcellanato smaltato. Presentano pesi e misure facilmente maneggiabili e, entro determinati schemi dimensionali, consentono l’assemblaggio a piacere direttamente all’utente finale. Si tratta di kit di montaggio, con vero e proprio libretto d’istruzioni, a dettare le regole in base alle quali sovrapporre i singoli elementi, e fissarli mediante colle siliconiche specifiche o, come si legge, «speciali distanziali biadesivi forniti all’interno del packaging». Riemerge in questa caratteristica la visione prettamente architettonica sottesa al progetto della terreria, e non di mero oggetto da vendere o acquistare: assume infatti suo specifico ruolo la dimensione del tempo all’interno dello spazio, il tempo delle azioni per montare e assemblare i pezzi a piacimento, così come quello del riporre libri e oggetti di ogni tipo all’interno degli estrusi in terracotta, secondo una precisa idea di quotidianità e di vita famigliare all’interno delle case e dei luoghi di lavoro.

Alberto Ferraresi
Architetto, libero professionista