Pixel di laterizio per comunicazioni mediatiche in copertura

In una società che attribuisce una grande importanza all’informazione e all’immagine, anche l’architettura, e in particolare l’involucro, diventa uno strumento di comunicazione. La fotografa austriaca Barbara Krobath ha realizzato un progetto di grande effetto creando in copertura delle immagini con l’impiego di tegole in laterizio, con coda di castoro a taglio tondo, con l’obiettivo di sensibilizzare le persone su alcuni temi di attualità

Superfici architettoniche mediatiche

Il termine «Comunicazione» deriva dal latino «communico» ovvero mettere in comune, far partecipe, condividere. In generale comunicare significa quindi interagire, mettere in comune o creare una relazione tra due oggetti o persone. La comunicazione ha origini antiche ma la coscienza del potere dei mass-media è più recente e si afferma con la diffusione delle pubblicazioni stampate prima e della televisione poi. Negli ultimi anni i mass-media si sono rapidamente moltiplicati ed hanno fatto proprie numerose innovazioni tecnologiche, modificando strumenti e supporti, arricchendosi di simboli e significati che tendono a connettersi tra loro creando reti complesse e spesso inestricabili. In una società che attribuisce una grande importanza all’informazione e all’immagine, anche l’architettura, proprio per il suo carattere di rappresentazione del contesto contemporaneo, non può esimersi dall’uso della comunicazione come strumento per creare «nuovi tipi di azioni e interazioni e nuove forme di relazioni sociali» e determinare «una complessa riorganizzazione dello spazio e del tempo» [Thompson 1998]. L’architettura si carica, quindi, sempre più di messaggi congruentemente con le pulsioni del tipo di società che intende rappresentare. Per farlo utilizza sia i materiali tipici della tradizione costruttiva, sia quelli mutuati da altri settori produttivi. Poiché l’osservazione di un edificio avviene oggi prevalentemente attraverso l’involucro ecco spiegato perché questo è divenuto l’oggetto più curato tra tutti gli elementi che costituiscono un fabbricato, tanto che per colpire l’immaginario collettivo è proprio in questa parte dell’edificio che si concentrano le soluzioni innovative più interessanti. Si moltiplicano infatti le architetture che affidano immagine e significato al proprio involucro, piuttosto che alla spazialità interna, facendo emergere una nuova strategia di comunicazione, nuovi significati e nuove «narrazioni». Sulle superfici architettoniche si concentra una notevole quantità di intelligenza, diventando «una membrana interattiva responsabile dello scambio di energia e informazioni con l’intorno» [Zennaro 2008].

In altri termini l’involucro non consiste solo in un diaframma che separa l’interno dell’edificio dal contesto in cui è inserito, ma può diventare interattivo con l’intorno fino al punto da caratterizzarsi visivamente per le immagini fisse o temporanee che possono essere portate o proiettate sulle pareti sia di giorno che di notte. Il risultato sono sistemi di comunicazione, finalizzati principalmente a conferire un significato a un edificio, capaci di impreziosire ma anche di volgarizzare l’architettura su cui si trovano: basti pensare ai grandi schermi che ricoprono alcuni grattacieli di Shanghai o di Hong Kong e che elaborano forme di comunicazione fulminee per fruitori distratti e disturbati dai flussi di traffico. In campo architettonico, relativamente alle immagini fisse, le tecniche che negli ultimi tempi hanno avuto la maggiore diffusione sono la serigrafia e la stampa digitale: la serigrafia consente di restituire delle immagini sui supporti più vari (ceramiche, vetri, metalli) facendo depositare l’inchiostro attraverso le aree libere di un tessuto, mentre la stampa digitale, avvalendosi dei programmi di grafica, consente di trasferire l’inchiostro su ogni supporto in grado di ricevere l’inchiostro dai plotter. L’involucro edilizio diventa quindi un «media» che dalle proprie superfici rivolge l’informazione anche a un pubblico distratto, coinvolto nelle faccende quotidiane, poco incline all’attenzione, tranne quando qualche stimolo inconsueto ne attira l’interesse. Non v’è dubbio che l’architettura, proprio per il suo carattere di rappresentazione del contesto contemporaneo, non può esimersi dall’uso della comunicazione all’interno dell’attuale società.

Le superfici delle costruzioni diventano un luogo privilegiato per trasmettere messaggi contemporanei.

Coperture in laterizio

Per soddisfare le esigenze dell’abitare, una copertura deve essere in grado di rispondere a una pluralità di richieste prestazionali: proteggere dal freddo nelle stagioni rigide e dal caldo in quelle estive, impedire le infiltrazioni e smaltire le acque meteoriche, resistere alla spinta del vento e al carico della neve, limitare il passaggio dei rumori, non presentare dispersioni termiche localizzate (ponti termici), durare e, quindi, essere facilmente manutenibile e ispezionabile. 

Esiste però anche un requisito formale, simbolico, oggi ancor più «importante» poiché nella nostra epoca attuale l’immagine e la comunicazione hanno un ruolo predominante. 

I manti di copertura in elementi di laterizio solitamente soddisfano tale requisito con soluzioni che prediligono il rispetto e l’integrazione con il paesaggio circostante; lo stesso laterizio è però in grado anche di dare delle risposte più originali e innovative: basti pensare alle coperture che si caratterizzano visivamente per la colorazione o per la presenza di immagini. Le operazioni di coloritura nel contesto contemporaneo favoriscono soluzioni appariscenti e chiassose, coerenti con la società che rappresentano, che sovrastano i colori solitamente tenui e composti dell’architettura tradizionale. Relativamente alle immagini, generalmente in copertura vengono riportate delle composizioni astratte, decorazioni geometriche come quelle che caratterizzano, per esempio, la moschea di Kalyan a Bukhara, in Uzbekistan, in cui elementi in laterizio smaltati decorano cupole e minareti. Il tetto diventa quindi un piano testurizzato dagli elementi discontinui che lo costituiscono e in cui possono essere collocate comunicazioni più complesse. Esistono, per esempio, edifici in cui il colore in copertura viene utilizzato per rappresentare un’immagine e restituire un messaggio: basti pensare alla Cattedrale di Santo Stefano a Vienna, in cui 250.000 tegole in laterizio smaltato descrivono lo stemma dell’aquila bicefala degli Asburgo, o a Casa Batlò di Antoni Gaudì, in cui il tetto squamoso acquisisce sembianze zoomorfe di particolare effetto. In questo modo la copertura assume anche un «forte» valore sociale. 

Il progetto artistico di Barbara Krobath

In computer grafica con il termine «pixel», contrazione di picture element, si indicano gli elementi puntiformi (quadrati o rettangolari) che compongono un’immagine digitale: solitamente tali punti sono così piccoli e numerosi da non essere distinguibili a occhio nudo. Più pixel vengono utilizzati per rappresentare un’immagine, più alta è la risoluzione e quindi la qualità della foto: per comprendere la tecnica di realizzazione di un’immagine digitale è sufficiente pensare al pixel come alla tessera di un mosaico.

È proprio la tecnica della scomposizione dell’immagine in piccoli elementi quella che impiega Barbara Krobath nelle sue opere più recenti: dopo aver studiato Comunicazione visiva a Essen ed essersi dedicata per anni alla fotografia, la Krobath ha scelto la strada della comunicazione «ricontestualizzata».

Proprio in quest’ottica per partecipare al Festival «ruhe.los», tenutosi nel 2006 nella Bassa Austria, ha realizzato un progetto artistico di grande effetto, visibile anche da considerevole distanza. In stretta collaborazione con un’industria produttrice di tegole in laterizio, sono state create in copertura delle immagini, che l’artista ha raccolto durante un lungo viaggio, dando vita al progetto intitolato «Luce per il mondo».

L’obiettivo è quello di sensibilizzare le persone, su alcuni temi di attualità, attraverso immagini che non passano su uno schermo o sono fisse su una pagina di rivista ma che rimangono impresse nel paesaggio antropizzato. Si tratta di un’immagine allo stesso tempo statica, perché realizzata attraverso l’impiego di un materiale duraturo e permanente, e dinamica, in quanto visibile durante il tragitto in automobile e che quindi sparisce dopo pochi secondi.

«Queste coperture mostrano l’esistenza parallela di armonia e catastrofe in un mondo globalizzato che unisce irrevocabilmente noi e i nostri vicini» dice Martin Olbrich, direttore del marketing dell’azienda produttrice degli elementi in laterizio.

Per le sue installazioni Barbara Krobath utilizza tegole, a coda di castoro a taglio tondo, in laterizio smaltato favorendo l’integrazione tra la tradizione artigianale manifatturiera e le esperienze dell’era digitale. Le quantità di tegole richieste per ognuno dei toni di colore, per esempio, sono state esattamente stimate utilizzando un software appositamente ideato.

Particolare attenzione è stata dedicata anche alla possibile deformazione dell’immagine: infatti, essendo la figura ricostruita con tegole-pixel non quadrate, ovvero di 16x19 cm, su una superficie, la falda, inclinata e non ortogonale al piano in cui si colloca colui che la guarda, è stato necessario apportare opportuni accorgimenti, quali il calcolo e l’applicazione di un fattore di lunghezza laterale di 1:1,87, che ne impedissero l’alterazione.

Il «Ritratto di persone della Somalia» si trova sulla copertura della fattoria Himmelsreich a Engelsdorf e mostra cinque adulti africani colpiti dallo stesso destino ovvero con i sintomi della cataratta. Per risolvere il problema dell’opacizzazione del cristallino, che impedisce alle radiazioni luminose di penetrare nell’occhio e porta alla progressiva perdita della vista, è sufficiente un breve (15 minuti) intervento chirurgico che viene eseguito di routine in occidente ma che invece nei paesi più poveri, quale appunto la Somalia, affligge molte persone, soprattutto anziane. La Krobath ha quindi voluto attirare l’attenzione, anche se per i pochi secondi, su questo tema sociale. Per la copertura di proprietà del signor Hermann Klampfer sono state impiegate 6.500 tegole con colorazioni differenti.

Ad Unterthurnau, sempre in Bassa Austria, sul tetto di un mulino a vento, è stato riprodotto il motivo del filo spinato, richiamando alla memoria di molti abitanti i tempi precedenti alla caduta della «cortina di ferro» che separava l’Europa in due zone politicamente influenzate/controllate da Stati Uniti e Unione Sovietica. Situato nelle immediate vicinanze del confine con la Repubblica Ceca, il contesto rispecchia le esperienze di una rigida cultura di confine che ha influenzato la percezione che le persone hanno di loro stesse e delle loro vite. Per la realizzazione di questa installazione sono state posate in opera circa 5.500 tegole colorate. Le differenze tra le tegole opache e quelle lucide creano un particolare effetto «mosso», determinato dall’inclinazione dei raggi solari e dalle condizioni meteorologiche in genere. Comunicare qualcosa di assolutamente prezioso non è azione semplice ma l’opera della Krobach risulta al contempo singolare ed efficace.

Adolfo F. L. Baratta
Ricercatore, Università Roma Tre