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Canada/Toronto  
Hariri Pontarini Architects

Casey House

Casey House è la prima struttura ospedaliera indipendente per la cura di persone affette dal virus HIV/AIDS in Canada. Negli anni ‘80, quando l’AIDS ha cominciato a dilagare divenendo una minaccia sociale non più arginabile, un gruppo di volontari, giornalisti, attivisti lungimiranti ha dato vita ad un centro assistenziale in quegli anni assolutamente innovativo.
Se la società additava all’”untore” isolando il malato dal proprio contesto famigliare e dallo stesso sistema medico, Casey House (dal nome del figlio di una delle fondatrici) ha aperto le porte a un’umanità reietta da accompagnare, senza alcun pregiudizio, nel difficile percorso verso una fine allora ineluttabile. Tramite una donazione privata, nel 2003 fu acquisito l’edificio vittoriano situato tra Jarvis e Isabella Street.
Nel 2010, grazie alla ricerca medica che ha consentito alle vittime dell’AIDS di vedere nettamente prolungate le proprie aspettative di vita, e grazie ai fondi erogati dal Ministero della Salute dell’Ontario, si è dato avvio ad un’importante operazione di rinnovamento della struttura che mirava non solo ad offrire assistenza ai malati di AIDS in fase terminale ma anche a curare la malattia e consentire ai pazienti di convivere con essa il più a lungo possibile. L’intervento ha riguardato sia la ristrutturazione dell’edificio ottocentesco, sia la realizzazione di un nuovo corpo di fabbrica con lo scopo di potenziare l’offerta di servizi medico-sanitari, dal ricovero ospedaliero (con quattordici nuove camere di degenza), all’attuazione di programmi di assistenza diurna (per circa duecento pazienti non ospedalizzati). L’edificio ex novo, la cui progettazione è stata curata da Hariri Pontarini Architects, è connesso all’esistente da un volume vetrato e si sviluppa su tre piani (oltre ad uno interrato che ospita i parcheggi e ad un terzo in prossimità del corpo vetrato): il piano terra è quello più pubblico, il primo quello dedicato alle cure diurne, il secondo ai ricoveri.
Notevole è l’attenzione dei progettisti alla qualità degli spazi, grazie all’impiego di soluzioni planimetriche efficienti e all’utilizzo di materiali che contribuiscono a generare un’atmosfera il più possibile calda e accogliente. Differentemente infatti da altre strutture ospedaliere, spesso caratterizzate da un layout distributivo che colloca gli ambienti ai lati di un corridoio perlopiù cieco e da ambienti asettici illuminati solo artificialmente, questo è un confortevole spazio per la vita, oltre che per la cura. Il nuovo edificio è articolato intorno ad una corte interna con verde e vasche d’acqua, visibile dai diversi piani in modo da consentire piacevoli prospettive verso il giardino e favorire una migliore ventilazione e illuminazione naturale.
All’ingresso, un ampio soggiorno a tutta altezza con camino offre un caloroso benvenuto. Oltre agli aspetti di funzionalità e gradevolezza, il nuovo fabbricato presenta un’aura “iconica” di rappresentanza. L’edificio sorge a downtown, una delle zone più rinomate della città: non una dimora marginalizzata, quindi, ma un’architettura connotata da un aspetto accattivante e raffinato, a significare che chi soffre non deve più nascondersi. Contemporaneamente, però, l’edificio rivela l’intimo bisogno di privacy di chi non vuole essere identificato e intende vivere il proprio stato in modo dignitoso ma riservato.
Questo dualismo trova esplicita rappresentazione nella facciata esterna. Il fronte laterale è una complessa griglia di riquadri di diversi materiali: dal laterizio di diverse sfumature con giunti di malta a raso spazzolata, alla pietra calcarea, al vetro oscurato ad alta performance termica, ed evoca una sorta di “trapunta”. Il riferimento non è affatto casuale, in quanto richiama il simbolo della trapunta prescelto dagli attivisti di S. Francisco negli anni ‘80 a ricordo delle vittime della malattia (progetto “AIDS Memorial Quilt”). Se la tessitura di facciata allude simbolicamente a quel passato di sofferenza, ponendo in luce la visibilità della malattia, allo stesso modo però il vetro oscurato garantisce quella riservatezza di cui i pazienti sentono di avere bisogno.
Un intervento rimarchevole, che con cura scrupolosa interpreta esattamente quello che dovrebbe essere il ruolo sociale dell’architettura, da un lato in senso “fruitivo” - in grado di rispondere con efficacia e sensibilità alle esigenze delle persone per cui è costruita - dall’altro in senso “evocativo” - in grado cioè di stimolare non solo una riflessione più matura sugli aspetti oscuri dell’esistere, come la malattia, ma anche su una possibile rinascita grazie a quella capacità di empatia che rappresenta la parte migliore dell’essere umano. 

Chiara Testoni,  
Architetto, PhD


Scheda tecnica

 

Oggetto: Casey House
Località: Toronto, Ontario – Canada
Committente: Casey House
Progetto architettonico: Siamak Hariri (Hariri Pontarini Architects)
Collaboratori: Jeff Strauss, Edward Joseph, Michael Boxer, Howard Wong, Cara Kedzior, Rico Law, Andria Fong, John Cook
Progetto strutturale:  Entuitive
Progetto impiantistico:  WSP Canada
Impresa di costruzione:  BTY
Cronologia: 2015-2017
Superficie:   59.000SF (ca. 5.480 m2)
Fotografie: © Doublespace Photography