Solano Benitez

Innovare nella tradizione

Solano Benitez Architetto, Dottore di Ricerca in Energetica, assegnista di Ricerca all’Università degli Studi di Roma Tre, presso la quale svolge attività di didattica integrativa in Tecnologia dell’Architettura. Si occupa di contenimento dei consumi energetici, progettazione a basso impatto ambientale e uso ambientalmente consapevole delle risorse in architettura.

Capita spesso, quando si osserva il percorso progettuale di un architetto, specie con una produzione lunga e articolata, di soffermarsi su alcune architetture che ci sembrano più eleganti o semplicemente più peculiari per la loro forma o per la loro matericità da diventare immagine simbolo di quell’architetto o di quell’architettura. Questo accade numerose volte e con numerose architetture nel caso di Solano Benitez, al punto tale da lasciarci intuire che non ci sia solo una o qualcuna delle sue architetture a essere rappresentativa e di successo, ma sia il suo pensiero progettuale a essere esso stesso elegante e sincero e a mostrarne quindi l’esito in ogni piccolo e grande progetto. Indagare questo pensiero, rivolgendoLe alcune domande ritengo sia una rara opportunità, e maggiormente, leggere le Sue risposte e trarne insegnamento.

Cosa vuol dire progettare e costruire in Paraguay: quali sono gli elementi di difficoltà e quali quelli di vicinanza rispetto al più generale contesto della progettazione architettonica dell’America latina?

Il compito irrinunciabile del mestiere dell’architetto è quello di tutelare e prendersi cura dei luoghi dell’abitare. L’abitabilità è un concetto in continua trasformazione, dipende soprattutto dalla condizione geografica e dal contesto storico. Quello che importa davvero, quello che sostanzia il nostro compito di architetti è che le nostre azioni abbiano come finalità o per obiettivo il costruire per l’uomo: l’attenzione all’essere umano è il tema centrale dell’architettura, nel mondo esistono diverse condizioni di vita e queste condizioni necessariamente partono dal contesto locale per avere un’influenza globale. Per questo lavorare per prendersi cura delle condizioni dell’abitare dell’uomo in modo umano in quanto noi stessi essere umani, in particolare in Paraguay, significa accentuare alcuni aspetti che danno colore alla nostra terra. Ma non è questa la condizione più significativa, il lavoro fondamentale sta nel capire quali siano le analogie, nel capire che in Paraguay come in Alaska il clima è un tema non trascurabile, perché bisogna proteggersi dal calore o dalla sua assenza e dobbiamo capire che le aperture che si progettano qui in Paraguay come in Sahara, affinché una abitazione possa ricevere una adeguata ventilazione, sono le stesse nonostante le proposte progettuali debbano, per differenze culturali, essere radicalmente distinte.

In precedenti interviste ha affermato «Es la manera de construir, no la forma, lo que me interesa» [www.plataformaarquitectura.cl, «La Poética del ladrillo o la arquitectura de Solano Benítez», 05.11.2009]. È vero che si preoccupa più della materia che della forma? Ritiene che sia la materia l’immagine architettonica da perseguire e, in tal senso, la sua manifestazione un obiettivo dell’architettura?

A tutela della nostra vita, dell’abitabilità, noi evochiamo la materia. La maniera più saggia di farlo, in un mondo che è in espansione e nel quale si comincia a percepire con forza la carenza di risorse, è cercare di essere i più austeri possibile nel rispetto della materia che ci circonda. Essere austeri non significa solamente utilizzare materiali a basso costo, essere austeri significa capire che qualsiasi materiale ha una propria capacità strutturale e che pretendere di sfruttare al massimo la capacità strutturale di ogni porzione di materiale significa farne un uso efficiente, questo accade non solamente attraverso le analisi di calcolo, o dal punto di vista teorico, ma anche attraverso la modalità nella quale viene disposto il materiale, attraverso chi lo posa e chi lo usa, e come si dispone e si produce, nel nostro percorso creativo questi aspetti fanno parte di scelte progettuali importanti; noi utilizziamo un mattone forse paragonabile al peggiore mattone che sia mai stato prodotto in Italia, e calcestruzzi e intonaci simili ai peggiori che possano essere stati confezionati in Corea. Tuttavia, li usiamo e li progettiamo affinché la mano d’opera – nello specifico quella non qualificata – sia in grado di gestire le caratteristiche del materiale a favore dell’architettura.

Lei stesso afferma «la arquitectura que hoy en día no experimenta, no sirve para nada» [www.plataformaarquitectura.cl], come nasce la Sua idea di sperimentazione? 

Penso che questa frase sia un po’ fuori contesto, credo che la cosa migliore che possiamo fare dal nostro punto di vista sia promuovere il sapere, pertanto tutte le nostre azioni devono essere azioni di ricerca; la sperimentazione è un approccio nato dal desiderio di produrre nuove conoscenze poiché, attraverso essa, è possibile verificare la comparsa di nuove opportunità per tutti. Se ci rendiamo conto del fatto che il 60% della popolazione mondiale vive in povertà e che il 50% di essa vive in miseria, è il momento di renderci anche conto che il meglio che abbiamo dato e fatto come società fino a ora ha portato a queste statistiche. Se vogliamo essere umani, se vogliamo arrivare a una visione comune e finalmente aspirare alla pace, il nostro compito è quello di aprire nuovi orizzonti e quindi qualsiasi opportunità è una buona occasione per verificare nuovi schemi e sperimentare le possibilità che tali opportunità possano essere diffuse in tutto il mondo.

Molte delle Sue architetture colpiscono per la ricercatezza della forma, ottenuta dall’uso di materiali tradizionali con tecniche che superano la prassi ordinaria e generano nuove e diverse tecniche realizzative. Come ci riesce? Si affida a figure progettuali specialistiche (quali strutturisti) e, se sì, con quali modalità (ovvero durante l’ideazione o solo per la cantierizzazione)?

Nel nostro studio svolgiamo una pratica professionale indipendente dagli incarichi e tentiamo di essere architetti, indipendentemente da se stiamo costruendo, progettando, insegnando, svolgendo il ruolo di padre di famiglia o facendo parte di qualsiasi tipo di comunità e così via, in questo modo, tutto ciò che viviamo è un mezzo a disposizione per sostenere le nostre idee. Infatti, il nostro processo ideativo non fa parte di un percorso mentale isolato e subordinato a una committenza ma inizia a prescindere da un determinato incarico in un sito specifico, con una geografia specifica. È un processo ideativo continuativo che si pone l’obiettivo di produrre approcci più efficienti sotto tutti i punti di vista e consideriamo e sfruttiamo i progetti in costruzione come una opportunità per verificarne i risultati; inoltre, in un mestiere come il nostro che conta sulla collaborazione assoluta di tutte le parti – del proprietario, dell’operaio, degli specialisti e così via – per noi inizia addirittura molto tempo prima che i diversi attori si convertano in clienti, operai, ecc.; sono nostri amici ai quali ci leghiamo per differenti motivi e ai quali cerchiamo di offrire il miglior regalo possibile, ossia il poter inaugurare insieme un tempo migliore.

Nei Suoi progetti si rilegge talvolta la sequenza delle scelte progettuali, in particolare quando le soluzioni strutturali sono manifeste – come nel caso del progetto del Suo studio dove le componenti strutturali collaboranti sembrano essere state aggiunte in un secondo momento – come se volesse lasciare al progetto un ruolo didattico: condivide la mia analisi?

I processi di apprendimento sono processi aperti dove non c’è gerarchia tra i partecipanti: quando si sta cercando di produrre sapere non esiste nessuno competente perché tentiamo di fare ciò che non sappiamo fare, ciò a cui puntiamo sempre è raggiungere un livello di qualità tale da permetterci, all’interno di questo nebuloso universo che è l’avanzare in un territorio straniero, di aspirare all’efficienza, a prescindere dal fatto che lo si stia facendo per la prima volta. Si tratta di prendere una posizione politica intendendo con questo che l’importante di prendere una posizione politica è riuscire a capirci tra di noi e questo capire fa sì che la didattica, o l’insegnamento più in generale, acquisiscano un ruolo fondamentale, perché ciò che dicono gli architetti lo dicono con le pietre e le pietre devono essere capaci di sintetizzare tutto il processo che c’è dietro; da qui l’ambizione alla chiarezza di esposizione della capacità linguistica di un’opera architettonica.

Nelle Sue architetture non sono mai presenti operazioni di «maquillage»: l’onestà del costruire, che caratterizza opere come la Casa Esmeraldina e il Centro di Riabilitazione Infantile Telethon, richiede grandi abilità costruttive. Qual è il Suo rapporto con il cantiere e le sue maestranze?

Ritengo che, alla luce del fatto che impieghiamo un materiale che ha una esperienza d’uso di 3000 anni o più, caratterizzato da geometria e modalità di progettazione, messa in opera, e collaudo note da più di 3000 anni, sia doveroso continuare a utilizzare lo stesso materiale, innovare e realizzare nuovi tipologie, e scoprirne le opportunità. È soprattutto durante la fase di ideazione che abbiamo avuto la possibilità di progettare e scegliere un materiale noto che consente anche mano d’opera non qualificata per posarlo senza difficoltà. Forse il lavoro più importante è stato proprio nel progetto, non della forma, ma del particolare costruttivo poiché ha consentito a un materiale ben studiato di essere visto da un’altra angolazione.

L’uso del laterizio è, come Lei stesso afferma, dovuto alla sua economicità e disponibilità: quali sono le altre caratteristiche del laterizio che maggiormente La convincono?

Credo che il passato del laterizio sia pieno di leggende: probabilmente una delle più conosciute e raccontate è la storia di Apollodoro di Damasco e del Pantheon, una struttura che ha più di 40 metri di diametro, con una cupola di altrettanti metri di altezza tutto apparentemente in mattoni e pareti modellate con delicatezza con un contrasto netto fra luce o ombra affinché vibrino sotto la luce del sole, ecc. Questo però è quello che si racconta a chi non conosce la realtà del progetto: tutti gli architetti sanno che la sezione del muro del Pantheon ha uno spessore di 5 m e che la vera stratigrafia verticale è costituita da mattoni comuni dallo spessore di 15 cm circa nel lato interno ed esterno e che fra un mattone e l’altro ci sono quasi 5 m di pozzolana (il calcestruzzo romano) che garantiscono la portanza della Cupola, il mattone è il cassero a perdere, è il materiale che permette di fissare una pietra per quanto liscia possa essere per evitare che entri acqua nella struttura e che per congelamento si fessuri e si rompa, ecc. In 2000 anni di storia abbiamo visto attribuire al laterizio ruoli straordinari in diverse condizioni, per esempio che il mattone sia «onesto» o che ci sia una struttura «sincera», questi sono attributi che la materia in realtà non conosce, in quanto la materia è ciò che è e ha bisogno di essere intesa e utilizzata nella sua vera dimensione; io non ho mai visto una banconota da 5 euro «codarda» o «coraggiosa», sarà codarda o coraggiosa la persona che la usa, se proprio vogliamo. La stessa cosa vale per il mattone, con tutti i suoi migliori attributi, rimane sempre e solo un materiale. È l’intelligenza dell’uomo che può trasformare un materiale in un monumento rendendolo qualcosa di trascendente, e che è capace di tutelare la vita delle persone che hanno deciso di vivere collettivamente.

Dopo aver progettato una struttura come quella del Quincho Tia Coral, dimostrando che il laterizio può definire strutture reticolari solitamente associate ad altre soluzioni materiche, quali ulteriori limiti intende superare con l’uso del laterizio? 

In un mondo dove ci sono tante persone senza possibilità di lavoro e che posseggono comunque le capacità di sapere ruotare, muovere, alzare, spingere i propri arti, è fondamentale riconoscere che ogni essere umano dispone appunto di strumenti propri e che è in grado di poterli sfruttare. Tali capacità ci permettono di tutelare al meglio la qualità della vita, di prenderci cura di noi stessi, ecc. Credo che il limite che dobbiamo superare è la condizione di egoismo che fa sì che gli specialismi squalificano le persone nelle loro reali capacità. Ritengo che l’obiettivo più importante sia riuscire a essere accorti di fare per imparare e imparare facendo e che, potendolo fare, diveniamo ingegnosi nel costruire e costruirci la vita che desideriamo.

In un Suo recente intervento al Cersaie 2016 ha sottolineato la necessità per gli architetti italiani di assumere un ruolo attivo a seguito dei recenti terremoti nel nostro Paese. Quale pensa debba essere, in termini operativi, il compito degli architetti per agevolare la ricostruzione dei centri storici colpiti dal sisma e ridare fiducia ai cittadini?

Non esiste la distruzione, esistono processi di trasformazione e la materia non si distrugge ma cambia condizione. Quando pensiamo alle nostre città, allo scenario della nostra vita fatto di materia che ci ha permesso di vivere collettivamente e poi pensiamo all’ultimo frammento di una casa che è, purtroppo, stato toccato dall’ultimo respiro dei suoi abitanti, non riusciamo in alcun modo a riconoscere che questa materia sia cambiata e si sia trasformata. Non riusciamo ad accettare che la materia segnata dalla vita delle persone che la invocarono per la costruzione, possa diventare semplice materiale di riempimento o di scarto. Credo più che mai che adesso questa materia, grazie alla vita della quale si è impregnata, ci chieda di essere utilizzata nuovamente per far capire che «il fare» è un atto fondamentale di una società. E l’atto fondamentale del «fare» di una società è costruire lo spazio collettivo. A maggior ragione quando avviene un terremoto, non è necessario sapere se il frammento di un mattone è di questa o di quella casa, però ciò su cui dovremmo essere tutti d’accordo è che possiamo utilizzare, in memoria degli amati, questo materiale per ricominciare, ricostruendo una società che ci protegga dalle scosse. È fondamentale organizzare la materia e i suoi elementi, per ricostruire con precisione la condizione dello spazio pubblico in cui condividere la protezione e salvaguardia della vita, della comunità e del pianeta. Come ho provato a spiegare fin dall’inizio, la costruzione più importante credo sia la costruzione sociale, solo così troveremo rifugio e protezione. Inoltre, la costruzione sociale mette in relazione la materia disponibile in funzione dello spazio pubblico, che sarà articolato in modo che le singole parti mano a mano si aggiungano a definire lo spazio stesso. Ma ancora una volta, la cosa più importante è sviluppare opere affinché proteggano le comunità e la loro struttura sociale.

Laura Calcagnini
Architetto PhD, Assegnista, Dipartimento di Architettura, Università degli Studi Roma Tre