Eliana Cangelli. Professore Ordinario in Progettazione Tecnologica e Ambientale presso il Dipartimento di Architettura e Progetto della Sapienza Università di Roma; Vicepresidente del Board Europeo di European Association for Renewable Energy (EUROsolar); Coordinatore nazionale del Cluster di ricerca “Abitare” della Società Scientifica di Tecnologia dell’Architettura (SITdA); Presidente del Comitato per la Qualità Urbana ed Edilizia (Co.Q.U.E) di Roma Capitale, organo consultivo istituito al fine di garantire la qualità architettonica e urbana degli interventi sul territorio della città. La sua attività di ricerca e di sperimentazione progettuale si concentra sui temi della progettazione tecnologica e ambientale applicata alla gestione delle trasformazioni del territorio urbano e rurale, alla valorizzazione e al recupero del patrimonio pubblico e alle forme dell’abitare sociale.
Secondo il vocabolario Treccani, la trasformazione è “l’operazione che comporta un cambiamento, per lo più profondo e definitivo, di forma, aspetto, strutture o di altre qualità e caratteristiche”: perché è necessaria la trasformazione?
La trasformazione è necessaria perché i sistemi urbani, così come quelli sociali ed ecologici, hanno raggiunto un punto di saturazione: uno stato in cui le logiche di crescita illimitata, di consumo di suolo, di frammentazione territoriale e di disuguaglianza sociale non sono più sostenibili. In questo contesto, il progetto urbano e architettonico è chiamato a farsi carico non solo della forma dello spazio, ma anche del destino delle comunità che lo abitano.Come afferma Edgar Morin nel suo “Elogio della metamorfosi” (Le Monde, 09.01.2010), quando un sistema non riesce più a risolvere i propri problemi vitali, si disintegra, oppure “riesce a suscitare un metasistema capace di risolverli: si trasforma”. Nel nostro campo, questa metamorfosi si esprime attraverso l’abbandono del modello espansivo e speculativo, e l’adozione di un approccio rigenerativo: non si tratta solo di riqualificare edifici o spazi pubblici, ma di produrre qualità nuove a partire dalle strutture esistenti, proprio come il bruco che, attraverso un processo di parziale distruzione, si ricostituisce in farfalla. La trasformazione, dunque, diventa un atto di cura, di ricomposizione e di responsabilità intergenerazionale. Il progetto, in tal senso, non è solo uno strumento tecnico, ma un gesto politico e culturale che incarna una visione del futuro, alimenta la speranza e crea le condizioni per un nuovo inizio, profondamente necessario.
La trasformazione edilizia, così come gli interventi di demolizione e ricostruzione, rappresenta una delle principali strategie per la riduzione dell’impatto umano sull’ambiente. Rigenerare, rifunzionalizzare, trasformare, significa affrontare riforme amministrative, direttive prescrittive e prestazionali, assetti organizzativi e operativi, programmi e processi tecnico- progettuali. A tal fine, quali sono gli approcci che ritiene maggiormente efficaci e quanto risulta necessario sviluppare un dialogo costante tra gli attori coinvolti nei processi?
Nel mio lavoro di ricercatore e architetto, ho potuto constatare come i processi di trasformazione urbana più efficaci siano quelli capaci di misurarsi con la complessità reale dei contesti, rifiutando ogni visione riduttiva o prescrittiva. Intervenire sul costruito non significa semplicemente sostituire, ma rileggere criticamente, ristrutturare, densificare, valorizzare, generare nuove possibilità d’uso, promuovendo un equilibrio tra esigenze ambientali, sociali ed economiche. In questo senso, rigenerare non è solo una questione di sostenibilità tecnica, ma un’azione culturale fondata sull’ascolto dei territori e sulla cooperazione tra saperi e soggetti diversi. Il dialogo tra istituzioni, progettisti, cittadini, enti di gestione, portatori di interesse e investitori rappresenta non solo un’opportunità, ma una necessità operativa per innescare meccanismi virtuosi e condivisi. Quando questo dialogo è reale e strutturato, si creano le condizioni per passare da un modello interventista a una logica adattiva e incrementale, capace di rispondere con efficacia alle mutazioni demografiche, economiche e climatiche. Alcune esperienze recenti, come il Programma PINQuA o i Piani Urbani Integrati (PUI) finanziati dal PNRR, hanno mostrato, pur tra difficoltà di governance e disomogeneità esecutiva, la potenzialità di un approccio sistemico alla trasformazione del patrimonio residenziale pubblico. La sfida oggi è rafforzare il legame tra rigenerazione fisica e politiche di welfare, servizi di prossimità, spazi pubblici di qualità e infrastrutture ambientali, ricucendo territori spesso frammentati o marginalizzati. In questo scenario, la progettazione assume un ruolo strategico come strumento di mediazione e regia: non si limita a dare forma agli spazi, ma costruisce le condizioni per abitare meglio, per riconnettere risorse reali e aspettative della cittadinanza, per rendere visibile e accessibile un futuro condiviso. La trasformazione urbana non può essere intesa come un evento puntuale, ma deve essere intesa come un processo continuo e articolato, capace di produrre senso e coesione; credo che solo così si possa superare l’approccio emergenziale e innescare processi di cambiamento sistemico delle città.
Lei ha preso parte a numerose esperienze in grado di sviluppare proposte concrete per la rigenerazione urbana e la trasformazione del patrimonio pubblico, in particolare nella città di Roma. In questo senso, quali sono le potenzialità inespresse e le nuove linee di ricerca?
Il tema della rigenerazione urbana non consente risposte univoche né la definizione di linee di ricerca esaustive, soprattutto in una città come Roma che, per la sua estensione territoriale, la stratificazione storica e la complessità del tessuto urbano e architettonico, rappresenta un contesto unico per osservare e sperimentare processi di trasformazione urbana. In questa città, dove la sovrapposizione dei segni convive con fragilità sociali, ambientali e infrastrutturali, il tema della rigenerazione richiede strumenti interpretativi e operativi capaci di tenere insieme memoria e progetto, permanenza e cambiamento. Più che delineare linee di ricerca posso individuare ambiti di ricerca e progetto, approfonditi nel tempo attraverso le esperienze che ho avuto l’opportunità di sviluppare in contesti complessi e differenziati della città di Roma. Contesti che vanno dalla periferia pubblica progettata nell’ambito dei grandi programmi di edilizia economica e popolare, alla città informale a crescita spontanea, fino allo spazio pubblico del centro storico. Luoghi tra loro distanti per morfologia, densità simbolica e assetti sociali, ma accomunati dalla necessità di ripensare il progetto urbano come strumento di riequilibrio territoriale, riconoscimento civico e qualità dell’abitare. Un primo ambito di ricerca riguarda proprio questo: superare la parcellizzazione disciplinare e funzionale che ha spesso caratterizzato gli interventi sul patrimonio pubblico. Le periferie nate con i piani di edilizia economica e popolare mostrano oggi i limiti di un modello fondato sulla standardizzazione e su una manutenzione mai realmente attuata. Riattivare questi contesti non significa solo intervenire sugli edifici, ma costruire condizioni durature di vivibilità, intrecciando risposte tecnologiche, dispositivi sociali e modelli economici inediti. È in questi contesti che si afferma l’idea della città come bene comune. Un secondo ambito, forse ancora più delicato, riguarda la città informale, quello della periferia abusiva condonata, delle borgate spesso relegate a margine del dibattito urbanistico. Qui la trasformazione non può ridursi a operazioni di densificazione edilizia, ma deve misurarsi con la possibilità di ridisegnare la relazione tra insediamento e territorio, agendo sulla mobilità, sulla resilienza ecologica, sulla gestione delle risorse e sull’accesso ai servizi di base. Il progetto in questi casi assume un ruolo di mediazione, capace di attivare risorse locali, riconoscere forme di abitare esistenti e tradurle in nuove grammatiche urbane. Un terzo ambito, più sperimentale e minuto, si concentra sulla rigenerazione dello spazio pubblico nei contesti storici, come ad esempio il progetto sviluppato lungo l’asse Via Nazionale – Corso Vittorio Emanuele II. In questo caso, il lavoro ha messo al centro la possibilità di valorizzare piccole aree – slarghi, intersezioni, spazi residui – nel cuore del centro storico della città, lungo un asse di attraversamento fondamentale che collega la stazione Termini al Vaticano. Si tratta di porzioni di città disarticolate tra loro ma di grande rilevanza per la loro densità storica e architettonica, che vengono restituite ad un uso collettivo attraverso interventi leggeri ma strategici, capaci di conferire nuova continuità spaziale e visibilità al tessuto urbano. Il progetto si è confrontato con i temi della mobilità, della sicurezza e dell’accessibilità, restituendo allo spazio pubblico il suo valore di infrastruttura ambientale e sociale. Un quarto ambito di riflessione, trasversale ai precedenti e forse più urgente, riguarda, come già detto, la costruzione di una governance cooperativa e continuativa. I progetti più riusciti degli ultimi anni sono infatti quelli in cui si è riusciti a stabilire alleanze istituzionali solide, capaci di garantire continuità ai processi, scongiurare derive tecnocratiche e mantenere coerenza tra visione politica, gestione amministrativa e progetto. Un esempio virtuoso è rappresentato dal modello sperimentato per la definizione dei progetti PNRR, nato dalla collaborazione tra Roma Capitale e le università Sapienza, Roma Tre e LUISS. Questo approccio ha consentito di sviluppare interventi che vanno oltre la contingenza del bando, contribuendo a delineare una politica urbana strutturata, fondata su obiettivi misurabili, condivisi e capaci di produrre effetti durevoli. Infine, un’ultima riflessione riguarda la necessità di ridefinire il lessico stesso della trasformazione urbana. Troppe parole – “sostenibilità”, “inclusione”, “innovazione” – sono diventate formule retoriche svuotate di significato. La sfida consiste nel restituire concretezza a questi termini, ancorandoli a pratiche operative, a metriche verificabili e a processi di riconoscimento. In questa direzione si muove anche il progetto di rigenerazione del rione Testaccio, che ha cercato di salvaguardare e valorizzare la specificità di un tessuto urbano identitario e stratificato, evitando di cristallizzarlo in una dimensione conservativa e riconoscendo invece la vitalità quotidiana del rione come risorsa da sostenere attraverso un disegno capace di restituire continuità spaziale, visibilità e accessibilità agli spazi collettivi. In sintesi, le potenzialità inespresse della trasformazione urbana non si esauriscono nella sola materia costruita, ma risiedono nella capacità di tenere insieme approcci plurali, competenze diverse e sensibilità territoriali. Roma, in ragione della sua complessità, può diventare un vero laboratorio di pratiche urbane consapevoli, capaci di incidere nei contesti più fragili senza rinunciare alla qualità, alla bellezza e all’equità.
La trasformazione del patrimonio, in particolar modo di quello pubblico, passa inevitabilmente da contributi e da stanziamenti sviluppati con l’obiettivo di accrescere la qualità ambientale e sociale. Tra gli altri, il PINQuA ha promosso e finanziato progetti di notevole interesse e Roma Capitale è risultata tra le più virtuose per l’integrazione di differenti soggetti e per i luoghi oggetto di intervento. Può raccontare i passaggi salienti dello studio di fattibilità per la trasformazione del comparto R5 di Tor Bella Monaca che ha predisposto con la Sapienza Università di Roma?
Il comparto R5 di Tor Bella Monaca è uno degli interventi più rappresentativi tra quelli avviati nell’ambito del PINQuA, non solo per la scala e la complessità dell’intervento, ma per il valore metodologico dello studio di fattibilità che lo ha originato. Il PFTE, infatti, è stato sviluppato grazie a un innovativo modello cooperativo tra amministrazione e università (Sapienza, Roma Tre e LUISS), volto a integrare competenze tecnico- scientifiche e visione urbana, costruendo un processo condiviso e interistituzionale. Questo modello ha garantito continuità istituzionale e coerenza progettuale, un valore raro nelle trasformazioni urbane. Il progetto si è concentrato su uno dei contesti più vulnerabili della città, non solo per le condizioni fisiche del patrimonio edilizio, ma anche per la marginalità sociale e simbolica che caratterizza il quartiere. L’attività di progettazione, nell’ambito del PFTE, non si è limitata alla definizione di soluzioni architettoniche e tecniche, ma ha previsto una profonda analisi del contesto territoriale, l’ascolto attivo delle comunità locali, proseguito e intensificato nella fase di cantiere in corso, e una valutazione concreta delle effettive possibilità di trasformazione del patrimonio pubblico. Un elemento determinante emerso fin dall’inizio è stata l’impossibilità di delocalizzare gli abitanti durante i lavori: la presenza di oltre 4.000 residenti distribuiti in 1.236 alloggi ha reso imprescindibile la progettazione di interventi realizzabili con gli abitanti all’interno degli edifici, condizione che ha orientato tutte le scelte successive in termini tecnologici, logistici e organizzativi. Progettato da Pietro Barucci nei primi anni ’80, il comparto R5 costituisce una delle più estese realizzazioni del primo Piano di Edilizia Economica e Popolare di Roma. Realizzato in tempi brevissimi con tecniche di prefabbricazione pesante, ha subito un rapido deterioramento a causa della mancata manutenzione prevista in fase di progettazione. Alla fragilità materiale si è sommata quella funzionale e sociale: il comparto è oggi privo di servizi, gli alloggi risultano fortemente degradati, e gli spazi collettivi sono diventati luoghi di marginalità e insicurezza. Lo studio di fattibilità si è articolato in due PFTE distinti: il primo, elaborato con i fondi PINQuA, ha riguardato la corte centrale del comparto; il secondo, successivo e finanziato nell’ambito dei PUI, ha esteso gli interventi alle corti laterali (nord e sud). Questo sviluppo su due fasi ha portato all’assegnazione a due gruppi di progettazione e a due imprese diverse, che hanno adottato soluzioni tecniche differenti ma convergenti negli obiettivi prestazionali e di efficienza energetica. L’efficienza energetica è stata perseguita come obiettivo primario, attraverso soluzioni tecniche compatibili con la complessità abitativa, che tenessero conto della presenza costante dei residenti. Il confronto tra le due tecnologie potrà essere oggetto di monitoraggio nel tempo, per valutarne efficacia, durabilità e qualità percepita. Accanto agli interventi sul patrimonio edilizio, il progetto ha puntato a riposizionare il comparto nella mappa simbolica e urbana della città, restituendogli dignità e nuove funzioni. Tra le azioni più significative c’è la destinazione della corte nord a Museo delle Periferie, il primo museo civico del Comune di Roma realizzato oltre il GRA: un gesto concreto che non vuole compensare, ma cambiare prospettiva. L’idea non è portare la periferia al centro, ma portare il centro in periferia: creare un presidio culturale che renda Tor Bella Monaca parte integrante della città, senza retorica, ma con la forza della presenza. Il museo, collocato in uno degli spazi più trascurati, nasce per generare connessioni, accogliere iniziative, raccontare nuove storie. Il progetto ha previsto la riattivazione di spazi comunitari esistenti e il rafforzamento delle pratiche sociali già presenti nel territorio. Particolarmente significativa è stata l’attenzione alla ludoteca “Casa di Alice”, nella corte sud, avviata da un gruppo di madri del quartiere come spazio educativo per i più piccoli. Il progetto ne prevede la ristrutturazione e il potenziamento, valorizzandone la funzione sociale e riconoscendo il ruolo fondamentale dell’autorganizzazione nella costruzione della coesione territoriale. A questo si aggiungono piccoli servizi di prossimità – spazi studio, coworking, commercio minuto – pensati per rigenerare la trama relazionale del comparto e contribuire alla produzione quotidiana di spazio pubblico. Infine, lo studio di fattibilità affronta una questione strutturale che riguarda l’intera città: la necessità di intervenire sull’enorme patrimonio ERP costruito a Roma negli anni ’80, stimato in circa 20 milioni di m3, e realizzato con sistemi industrializzati che, pur innovativi all’epoca, si sono rivelati vulnerabili senza adeguati cicli di manutenzione. La definizione di soluzioni tecnologiche e operative replicabili, come quelle testate nel R5, rappresenta un contributo concreto alla rigenerazione sistemica del patrimonio pubblico urbano, in grado di fornire modelli esportabili anche in altri contesti. Ad oggi, i cantieri procedono regolarmente e la consegna degli edifici avverrà nei tempi stabiliti. Si tratta di un segnale concreto della validità di un approccio integrato e strutturato, che ha saputo tenere insieme visione politica, capacità amministrativa, progettazione tecnica e partecipazione locale. Trasformare Tor Bella Monaca in modo credibile e misurabile significa dimostrare che anche nei contesti urbani più fragili è possibile attuare un cambiamento reale, sostenibile e duraturo.
La trasformazione edilizia avviene anche con l’applicazione di materiali e di sistemi costruttivi innovativi. A tal proposito, un materiale della tradizione come il laterizio, caratterizzato comunque da processi di evoluzione sia nel processo sia nella tecnologia costruttiva, in che modo può influenzare la qualità di un intervento?
Molte delle occasioni di rigenerazione, di riqualificazione e di trasformazione edilizia, trattano un patrimonio costruito consolidato nel tempo per morfologia, funzione e sistemi tecnologici. Ciò impone, in particolar modo nel nostro Paese, di investigare materiali e tecniche appartenenti alla tradizione del costruire come appunto quelli in laterizio. Il laterizio è il principale materiale attraverso il quale si identifica la nostra storia. Conoscere le caratteristiche e le prestazioni di prodotti e sistemi derivanti da un materiale naturale come l’argilla, risulta fondamentale per sviluppare strategie in linea con le esigenze costruttive e ambientali del settore edilizio. Infatti, a fronte di importanti sviluppi socioeconomici e ambientali, gli indirizzi attuali inquadrano una circolarità in grado di incrementare la sostenibilità, dall’attenzione all’origine dei materiali al ciclo di vita, dalla gestione consapevole alla prestazione rispettosa dell’ambiente, dal fine vita degli elementi costruttivi al possibile riutilizzo e riciclo fino alla naturalità. Tutti i bandi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) hanno, ad esempio, sollecitato e vincolato gli interventi ad approcci volti al recupero e al riciclo delle risorse già dalla fase progettuale: i Criteri Ambientali Minimi (CAM), il principio Do No Significant Harm (DNSH) e l’orientamento a interventi di trasformazione o demolizione e ricostruzione (Green Field), oltre ad accrescere la tendenza a ridurre l’impatto sull’ambiente e sulla comunità anche attraverso specifici strumenti di valutazione, mirano a soluzioni durature, anche quando facilmente reversibili, ma sempre in grado di dimostrare l’assenza di sostanze potenzialmente pericolose per l’uomo e di inquinanti per l’ambiente. Si tratta di punti di una tipologia di prodotti capaci di coniugare elevati livelli prestazionali con versatilità funzionale ed estetica. In questo senso, l’impiego del laterizio si distingue anche per la ricerca, la sperimentazione e l’applicazione di soluzioni innovative, che possono incrementare la qualità di un intervento sull’esistente. Una pregevole risorsa per il benessere sociale e ambientale dei luoghi.
Massimo Mariani,
Architetto, PhD, Assegnista di ricerca, Dipartimento di Architettura, Università degli Studi Roma Tre