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Jorge P. Silva

Memoria, materia e permanenza

Jorge P. Silva. Architetto, collabora con lo studio Aires Mateus & Associados dal 1998. Con sede a Lisbona lo studio dei fratelli Manuel e Francisco Aires Mateus, vanta oltre 30 anni di esperienza in progettazione architettonica, urbanistica e ristrutturazione di edifici storici. Le opere spaziano dai grandi masterplan alle abitazioni unifamiliari, includendo edifici pubblici. Lo studio ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali

Rivendicate gli archetipi universali — la casa vernacolare, la loggia, il patio — come strutture di memoria collettiva. Nell’Alentejo, però, il laterizio, il patio e la muratura massiccia restano tradizione costruttiva ancora operante, non memoria astratta. Intervenendo in questi luoghi, scegliete la continuità con quella tradizione o la sua reinvenzione?
La risposta affonda le radici nell’idea che i materiali e i metodi costruttivi siano un’espressione profondamente culturale del luogo. Le diverse condizioni ambientali e territoriali rendono l’architettura diversa da una parte all’altra del mondo. Nell’Alentejo, nel sud del Portogallo, ad esempio, c’è una tradizione costruttiva molto diversa da quella del nord. Il nord è piovoso, con un’agricoltura che permette di sostenere comunità demograficamente più ravvicinate. Il sud, invece, è caratterizzato da un’architettura essenziale e povera, soggetta a un sole estremo e realizzata con un abaco materico completamente differente. Il patio, in particolare, nasce dall’esigenza atavica di proteggersi dal sole e di creare un ambiente controllato, intimo e prossimo alle persone, ponendosi in contrapposizione alla vastità incontrollabile del paesaggio circostante. I cortili erano vitali per vivere all’aperto e custodire i propri mezzi di sussistenza, come gli animali da cortile. Non si tratta, dunque, di una semplice predilezione estetica, ma dell’esito di una complessa serie di condizioni legate al modo in cui si vive e si utilizza il territorio.

Per voi la sostenibilità non si misura nella certificazione energetica — intesa come performance d’esercizio dell’edificio — ma nella capacità di uno spazio di essere desiderato e preservato per diversi secoli. È il laterizio, più del calcestruzzo o di altri compositi moderni, il materiale che regge questa scommessa? Per quale ragione costruttiva?
Negli ultimi decenni, fortunatamente, la consapevolezza sulla sostenibilità e sulla riduzione degli sprechi in edilizia è cresciuta. Noi, tuttavia, abbiamo sempre nutrito un profondo rispetto per ciò che viene costruito, poiché l’architettura richiede un’enorme concentrazione di risorse ed è un investimento imponente. Oggi viviamo in un’epoca frenetica dove le mode creano continuamente la necessità di cambiare. Eppure, i nostri nonni non costruivano case pensando solo a sé stessi, ai loro fine settimana o alla loro quotidianità temporanea. Edificavano per durare, con la massima qualità a loro disposizione, affinché un giorno quell’eredità potesse passare a figli e nipoti. Noi crediamo che lavorare su questa idea di «perennità» sia un atto autenticamente sostenibile alla sua base. Questo richiede un’ambizione e una responsabilità che superano le mode del momento. Il mattone è storicamente uno dei materiali più durevoli, contrariamente ai moderni materiali derivati dal petrolio, che hanno cicli di vita molto più brevi. Nel sud dell’Europa, i climi caldi hanno sempre richiesto materiali come argilla, mattoni e pietra, capaci di resistere al calore estremo del sole. Il legno veniva evitato per le strutture principali e confinato agli elementi sostituibili, come porte e finestre. Al nord, invece, il clima e la reperibilità rendevano il legno un’opzione percorribile. Il laterizio però è un materiale minerale, inorganico, che non si degrada con la velocità del legno. In Portogallo, abbiamo edifici in muratura di cinquecento anni e castelli millenari. L’Italia, da questo punto di vista, conosce il peso del tempo nei suoi centri storici meglio di chiunque altro. Se gli edifici storici sopravvivono da secoli e hanno giustificato l’inserimento di impianti tecnologici, è perché possedevano già un’ambizione e una qualità intrinseca che ne ha reso degna la conservazione. Se così non fosse stato, tutto sarebbe stato demolito. Per questo associamo i materiali minerali all’idea di persistenza nel tempo e vera sostenibilità.

La «Casa Melides» è descritta come il progetto in cui il laterizio di 25 cm diviene modulo generativo della forma. Il mattone ha governato la geometria fin dall’inizio, o la geometria era già definita astrattamente e il mattone è stato scelto a posteriori? Vincolo generativo effettivo o razionalizzazione di una libertà geometrica già acquisita?
Per noi le due cose coincidono. Crediamo che l’eleganza progettuale consista nell’utilizzare le condizioni a disposizione nel modo più preciso possibile. Quando abbiamo scelto i mattoni per la casa di Melides, lo abbiamo fatto comprendendo che questo materiale non è solo materia inerte, ma rappresenta una presenza viva e un’eredità culturale fondamentale dell’Alentejo. In questo senso, è stato il materiale a generare il progetto. Una volta stabilite le dimensioni del mattone, ogni elemento dell’edificio — dagli spazi interni ed esterni ai muri perimetrali del cortile — è stato rigorosamente dimensionato per utilizzare il modulo come elemento fondativo ed elegante, evitando accuratamente tagli e riduzioni.

Ad Alenquer il crollo precede il progetto: il vuoto vi è consegnato dall’evento. Ma altrove, quando demolite consapevolmente porzioni di un edificio storico, l’azione è una sottrazione intenzionale. Come si concilia con la vostra teoria della permanenza? E con quale criterio distinguete la memoria da conservare da quella da cancellare?
Vi è stata in effetti una demolizione accidentale all’inizio dei lavori di ristrutturazione, e tale evento ha dettato le sorti del progetto. Il proprietario non aveva più le risorse necessarie per ricostruire l’edificio secondo il progetto originale ed era sul punto di rinunciare. A quel punto, abbiamo rimesso in discussione l’intero intervento per capire se ciò che restava avesse ancora un futuro. La preesistenza è stata eletta a recinto, a scenario di riferimento, capace di contenere e proteggere una nuova architettura, incredibilmente compatta, posta al centro di queste mura. Il fulcro del progetto, in realtà, non è il nuovo oggetto, ma lo spazio che si viene a creare tra la nuova presenza e l’edificio antico. I criteri per scegliere quali mura conservare, correggere o demolire sono stati essenzialmente due. Il primo era tecnico: la valutazione reale del rischio di ulteriori crolli. Il secondo era l’intuizione compositiva: se inserisci una nuova stanza all’interno di una rovina, la presenza di un’ampia finestra si relazionerà in maniera molto diversa con il paesaggio a seconda che di fronte vi sia o meno un muro preesistente a filtrarne la vista. La correzione delle mura è nata da questo delicato dialogo tra presente e passato.

Nei contesti storici alternate due strategie materiche opposte: l’integrazione cromatica e topografica con la terra rossa dell’Alentejo e la radicale astrazione bianca. Quali criteri governano approcci così antitetici?
Non crediamo affatto che siano criteri in contrasto. Il nostro procedimento logico è sempre il medesimo, sia in Alentejo, sia nei nostri progetti in Australia, in Messico o in Italia. Analizziamo le condizioni e il programma per formulare la soluzione più elegante. Parlo di eleganza nel senso fisico o matematico: l’equazione più breve e pulita che sintetizza la risoluzione di un problema composto da molte variabili. Costruire in maniera «mimetica » col paesaggio ha senso quando un edificio, per la sua vasta scala o per l’elevata visibilità del sito, rischierebbe di risultare visivamente aggressivo per il contesto e per i vicini. D’altra parte, l’uso dell’astrazione bianca ha radici tecniche radicate. La calce, un sottoprodotto minerale povero, veniva utilizzata per imbiancare le pareti al fine di respingere il calore e abbassare le temperature interne. Era una soluzione tecnica molto comune per abitazioni e piccole cappelle isolate in cima alle colline, dove la protezione solare e il comfort umano erano prioritari. Al contrario, grandi magazzini agricoli e stalle in mattoni, destinati ad animali o stoccaggio, non venivano intonacati di bianco poiché il laterizio ha un’intrinseca tolleranza alle alte temperature e in quei casi l’estetica del «comfort» era secondaria.

Molti borghi portoghesi conservano edifici integri da secoli, ma le comunità che li abitavano sono scomparse per lo spopolamento rurale. La permanenza materiale presuppone una comunità che la abiti e la preservi: è una condizione che il progetto può assicurare, o che sfugge al controllo dell’architetto?
L’architetto non può assolutamente controllare queste evoluzioni demografiche o il futuro di un edificio. Se progetti affinché un’opera duri per secoli, devi rassegnarti a non poterne manipolare la destinazione futura. Quello che possiamo fare, però, è produrre un lascito qualitativo che sia capace, un domani, di accogliere molteplici scenari imprevisti. Poiché l’architettura assorbe risorse incalcolabili, il nostro dovere non è costruire per l’obsolescenza rapida o per la demolizione nel giro di una singola generazione, ma per perdurare e incidere sul futuro della collettività. Nel momento in cui offriamo un’architettura dotata di un oggettivo valore aggiunto e di un’ambizione alla bellezza, incentiviamo intrinsecamente le comunità future a custodire e valorizzare questo patrimonio. Pensiamo al borgo di Craco in Italia: è un nucleo che si è evoluto e svuotato per ragioni naturali e inarrestabili, eppure oggi nessuno pensa di demolirlo. Si è trasformato in un percorso culturale e paesaggistico idilliaco. Ha acquisito una nuova validità e un’identità diversa. Questa è la prova che, al netto delle trasformazioni funzionali, un’eredità ben costruita vale sempre la pena di essere preservata per le generazioni a venire.

 

Pasqualino Solomita,
Architetto, PhD, libero professionista