Labics. Con sede a Roma, Labics è uno studio di architettura e urbanistica fondato nel 2002 da Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori. Il nome evoca l’idea di laboratorio, un banco di prova per idee innovative. Combinando l’approccio teorico con la ricerca applicata, il lavoro dello studio spazia dall’architettura d’interni ai masterplan urbani su larga scala; mantenendo una forte attenzione alla città contemporanea, in particolare al rapporto tra architettura, struttura urbana e spazio pubblico.
Il progetto di architettura implica sempre
una trasformazione, un cambiamento di
equilibri. Questa consapevolezza impone
ogni volta una risposta ai progettisti, in riferimento
alla continuità ovvero alla rottura
rispetto al contesto su cui intervengono
inteso nel senso più ampio, naturale
o costruito. L’individuazione e la riproposizione
di segni identitari del passato, dunque
la loro permanenza nelle nuove proposte
architettoniche, può essere ispirazione
e punto di partenza del progetto?
Per rispondere a questa domanda, è necessaria
una premessa: la nostra idea di architettura si
fonda sul concetto di “struttura”, che nel suo significato
più ampio, si riferisce all’insieme delle
relazioni e delle regole interne ad un sistema,
sia esso materiale o immateriale, nel quale i singoli componenti non esistono di per sé ma solo
in connessione fra di loro ed in rapporto alla totalità
entro cui si collocano.
Il termine struttura ci parla dunque delle relazioni
tra le cose e non delle cose stesse. Così facendo
si opera uno spostamento che è prima di
tutto concettuale; uno spostamento che porta
a concepire l’architettura non in termini di oggetto
singolare ma come sistema complesso di
relazioni, tra le quali anche quelle che si instaurano
tra edificio e contesto.
In questo senso il contesto è parte integrante
delle riflessioni sul progetto fin dal principio.
Prima di iniziare a lavorare sul progetto infatti
operiamo una attenta analisi del contesto, selezionando
gli elementi che ci sembrano rilevanti
e strutturanti per il progetto, elementi che possono
essere fisici, materiali, immateriali, simbolici,
etc.
L’atteggiamento “strutturale” è anche un metodo
di indagine per la comprensione del reale
oltre che uno strumento per la sua trasformazione
attraverso il progetto. Come ci ha mostrato
Paul Klee con la sua opera, la ricerca della struttura,
si svolge infatti su due piani paralleli: da una
parte è ricerca dell’ordine razionale delle cose, dell’ordine “che non è visibile all’occhio”; dall’altra
è un imprescindibile strumento di organizzazione
dello spazio del quadro.
In passato il tempo lungo di costruzione è risultato
anche funzionale alla metabolizzazione
da parte dell’uomo, del cambiamento
degli equilibri fisici dello spazio, e della trasformazione
dei luoghi. Oggi è ancora così?
Assistiamo infatti alla realizzazione di edifici
completati con la rapidità dei procedimenti
industriali attuali, che si collocano
con apparente indifferenza nella città.
In realtà crediamo che questa domanda ponga
due temi leggermente diversi; il primo riguarda
il tempo della costruzione e la difficoltà di metabolizzazione
dei cambiamenti; il secondo è legato
alla indifferenza di certi interventi rispetto
alla città intesa come manufatto.
Riguardo al primo tema pensiamo che la differenza
principale tra la situazione attuale e il
passato sia nel ruolo attribuito al progetto. Al
tempo delle cattedrali gotiche come è noto la
costruzione era un evento collettivo che si costruiva
in un tempo lungo della comunità; basti
pensare che la costruzione della Cattedrale
di Chartres è durata 25 anni. Come è noto il termine
progetto, inteso come atto fondativo della
costruzione, deriva dal latino proiectum, participio
passato del verbo proicere, composto
da pro- (avanti) e iacere (gettare). Letteralmente
significa “gettare avanti”, metafora che
indica l’azione di ideare, pianificare o spingere
un’intenzione o un’opera verso il futuro. Inevitabilmente
in presenza di un progetto il tempo
della metabolizzazione da parte dell’uomo, del
cambiamento degli equilibri fisici dello spazio,
e della trasformazione dei luoghi è necessariamente
minore perché le decisioni sono prese
prima della costruzione.
Tuttavia se ampliamo lo sguardo le differenze
si affievoliscono, da una parte perché il tempo
della costruzione è sempre stato breve rispetto
alla vita degli edifici, dall’altra perchè tutti i progetti
di architettura, quelli più ambiziosi, sono
sempre dei salti in avanti, proiezioni verso il futuro.
In tal senso, ogni progetto richiede una
metabolizzazione da parte dell’uomo.
Altro argomento invece è l’indifferenza verso la
città o verso il contesto di alcuni edifici, spesso
frutto di una logica narcisistica o legata a questioni
economiche o di marketing.
Deve la buona architettura aspirare sempre
all’eternità, nel senso che deve puntare
a un’idea di permanenza, di resistenza al
tempo, sopravvivendo alle persone che la
abitano?
Non necessariamente l’architettura deve aspirare
all’eternità del suo corpo fisico. Diremmo
meglio che l’architettura deve cercare di raggiungere
valori universali, che necessariamente
sono fuori dal tempo; anche perché con
le tecnologie attuali non tutto può sopravvivere
nel tempo allo stesso modo; questo è necessario
dirlo.
La storia ci insegna che nel tempo gli edifici
spesso si modificano: cambiano gli impianti,
cambiano le destinazioni d’uso, cambiano le
distribuzioni interne; quello che permane è
la struttura, l’elemento in grado di resistere
nel tempo.
Ritornando alle questioni precedenti, l’idea di
architettura come struttura è pertanto quella
che ci avvicina di più all’elemento resistente,
all’essenza dell’architettura.
Esperienza e cultura costruttiva testimoniano
e dimostrano l’efficacia di soluzioni e
materiali che hanno superato la prova non
solo del tempo, ma anche di eventi distruttivi
come incendi, terremoti e altri fenomeni
catastrofici. Può la scelta di materiali e tecnologie
costruttive, anche aggiornati dalla ricerca e dall’avanzamento delle tecniche,
esprimere la volontà di permanenza ovvero
di temporaneità dell’architettura?
La scelta dei materiali e delle tecnologie con
cui è costruito un edificio è intimamente legata
al linguaggio e all’idea di architettura che
il progettista vuole perseguire; non necessariamente
però questa idea si relaziona con la
volontà esplicita di esprimere permanenza o
la temporaneità. Certamente ci sono dei casi
emblematici, come ad esempio le architetture
di SANAA o Fujimoto, che esprimono chiaramente
il carattere di temporaneità o precarietà
delle architetture tradizionali giapponesi in legno;
o, all’estremo opposto, le architetture murarie
di Louis Kahn che ispirano un senso di solida
eternità al pari di quelle dell’antica Roma.
Al di là di questi esempi estremi non pensiamo
che la scelta dei materiali per un determinato
progetto possa essere legata solo ad una
istanza di proiezione temporale, seppur metaforica;
ogni materiale possiede un proprio linguaggio
e crediamo che ogni materiale sia
adatto per una specifica occasione. La scelta
del materiale è parte integrante della concezione
del progetto.
Durabile - in francese “durable” sinonimo
di sostenibile - è una caratteristica imprescindibile
per un’opera capace di integrare
sostenibilità ambientale, sociale ed economica.
In quest’ottica, resilienza e adattamento
ai cambiamenti climatici stanno
orientando sempre di più le scelte progettuali.
Ritenete siano questi elementi di vincolo
per l’architettura o opportunità per affermare
la persistenza della componente
culturale?
Il termine durable è un termine molto interessante
perché appunto integra la componente
ambientale, sociale ed economica. In questo
senso la persistenza della componente culturale
dipende non solo da aspetti materiali e ambientali
- legati alla durabilità, resilienza e alla
capacità di adattamento climatico - ma anche
da aspetti immateriali legati al ruolo pubblico
dell’architettura e alla sua capacità simbolica di
resistere nel tempo.
Alberto Ferraresi,
Architetto, libero professionista